Il Barocco, la Scienza
Il ‘600 non è quello che si pensa




Fino a pochi anni fa accostare il Barocco e la Scienza era come avvicinare “il diavolo e l’acqua santa” e in chiave culturale un’aberrazione. Ancora una volta l’esigenza di unitarietà, organicità, coerenza, l’esigenza di ridurre qualsiasi fenomeno a un rapporto di causa-effetto obbligava al ripudio e all’allontanamento tra due realtà che pure appartenevano allo stesso secolo.
Ah! L’ideologia che se ne va tranquilla all’ombra dei critici laureati…
Ecco dunque che la Scienza e il Barocco sono prima di tutto due concetti antitetici, essendo la prima Verità e il secondo finzione. E poi lo schemino, che può essere utile il primo anno, ma che poi diventa qualcosa di inaccettabile, per la dignità del docente più che per la formazione di un adolescente: il Medioevo è legato al Barocco, mentre il Rinascimento rinvia all’Illuminismo. L’irrazionalità e la superstizione da un lato, la ragione e la razionalità dall’altro o, ancora, la religione e la Chiesa contro l’uomo e le sue istituzioni.
Ho già mostrato (blog la storia) come questi secoli, questi movimenti, queste istituzioni rappresentino qualcosa di molto più complesso, come la Chiesa abbia rappresentato un momento di grande innovazione, come la religione abbia sostanziato anche il più laico dei pensatori, come la stessa scienza moderna sia impensabile al di fuori del Dio cristiano e come l’Illuminismo abbia anche portato con sé tragedie e orrori. L’idea che uno studente, cioè una persona adolescente, abbia bisogno di riassuntini, schemettini, freccettine, che riducono il sapere a qualche formula e i fenomeni evolutivi a facili blocchi va contro la naturale caratteristica dell’essere umano e in particolare di quella persona che sta modificandosi, formandosi e conformandosi.
Non sto parlando di banalità che vengono diffuse a piene mani per superficialità e sciatteria, ma soprattutto di concetti che parlano di ideologia e non di cultura.
La contrapposizione tra Scienza e Barocco rientra a pieno titolo in questa operazione che, accompagnata dai buoni propositi dello spirito critico, ne nega invece le fondamenta.
Questa contrapposizione trova la sua giustificazione in una serie di semplificazioni e asserzioni riduzionistiche con cui occorre fare i conti.
La scienza moderna si presenta come la massima espressione dello spirito critico e razionale mentre il Barocco è il trionfo della Chiesa controriformistica, giudicata senza distinguo retrograda e reazionaria: in Francia, tanto per riportare un qualcosa che ho vissuto in prima persona, il termine razionale è intercambiabile con “cartesiano” a dimostrazione che non esiste razionalità al di fuori del metodo scientifico.
Spesso il contrasto tra scienza e fede è riportato come qualcosa di essenziale e non come il frutto evolutivo di percorsi differenziati e non omogenei, e tanto meno deterministici, della storia. Si trasforma la complessità della storia in un’equazione che per definizione è vera: invece di indagare sull’origine di un contrasto tra scienza e fede, contrasto che non è mai stato netto e deciso, si preferisce assumerlo come verità, partendo da alcune conclusioni, parziali e moderne. La scienza studia la realtà concreta, quella cioè percepibile dai cinque sensi, mentre la fede parla di cose con cui i cinque sensi non riescono a entrare in contatto, dunque la prima è vera la seconda no. Un signore che volle essermi amico su FB si onorava di spiegare al figlioletto quanto fosse falsa la religione con questa testuale affermazione: caro figlio tu vedi questo albero, questo gatto e puoi toccarli, dunque esistono, appartengono alla realtà; Dio non lo vedi né puoi toccarlo, dunque non esiste.
Il problema è fortunatamente un altro e risulta molto più interessante di quanto sia stato visto fino ad anni recenti: esso riguarda innanzitutto la scienza, ma coinvolge direttamente la letteratura, e con essa le scienze umane.
Innanzitutto il 1600 è il secolo in cui si afferma un nuovo concetto di scienza, fatto comprensibile e necessario, tenuto conto che la vita dell’uomo, e dunque anche il sapere, non sono mai stati fermi e anche chi ha teorizzato una visione circolare ha di fatto, con le proprie opere e con i propri studi, messo in discussione la teoria generale. Pensiamo a Parmenide, al platonismo e alla metafisica in generale che, nonostante fissassero in uno schema organico e completo l’esistere del mondo e degli uomini, hanno regolarmente mostrato e allo stesso tempo assistito all’evolversi degli stessi. Si può ridurre tutto il vasto evolversi e il differenziato esprimersi e manifestarsi di uomini e cose a forme, ombre, fantasie e finzioni, ma ciò non ne impedisce l’esistenza. Molto si è discusso e si continua a discutere su questa invenzione occidentale della metafisica, ma è difficile contestare, se non in aspetti minori, quanto prodotto dalla filosofia ottocentesca e novecentesca fino ad Heidegger. Io credo che non si sia data particolare importanza alla conclusione della ricerca metafisica di Heidegger, quella ricerca che lo ha portato, sulla base di una riflessione filosofica puntuale e profonda, a scrivere Essere e tempo e rinunciare a portare alle estreme conseguenze quella riflessione, non per incapacità, blocchi concettuali o insorgenti aporie: con la sua ricerca metafisica Heidegger si rende conto che la metafisica ha esaurito le sue possibilità, lasciando alla poesia il compito di ricerca, scoperta e creazione. Come tutte le cose umane anche la metafisica ha prodotto risultati importanti e come tutte le cose dell’uomo occidentale quei risultati importanti sono stati anche decisivi.
(amore moderno e idealizzazione)
Questa escursione, apparentemente poco congruente, assume un valore metodologico in ogni studio che ci troviamo a fare del passato, e diventa inevitabile se vogliamo indagare il pensiero e soprattutto quella particolare forma di pensiero cui diamo il nome di scienza. Torniamo dunque ad essa e al secolo che la vide esplodere ed affermarsi.
Il 1600 è il secolo della scienza, anzi della Scienza. Non sembri un banale refuso perché le due identiche parole sono state scritte volontariamente in modo diverso. Non starò qui a ricostruire la storia del sapere dell’umanità né tanto meno a farne un bignamino. Tutti i popoli in tutte le epoche hanno compreso l’importanza della conoscenza e ne hanno acquisito sempre di più aspetti; come tutte le cose più elementi abbiamo di fronte e più interconnessioni si prospettano, dando vita a sempre maggiori dubbi e confusioni, obbligando a rimettere insieme, oltre ai vari dati semplici, anche i diversi tentativi di riorganizzarli, cioè le interpretazioni che sgorgano naturalmente. La vista di un albero comporta naturalmente la vista della foresta e poi i quesiti relativi alle differenti piante, al modo con cui cresco, ai tempi, ai luoghi, alla pioggia e al sole, alla luce e al buio: immaginiamo quale carico e quale impegno abbia richiesto nel corso dei secoli questo processo mentale, cioè culturale, soprattutto quando ci si è trovati a dover trattare aspetti che sfuggivano ai nostri sensi.
Bene, per farla breve, nasce la scienza che ogni popolo affronta a modo proprio. La parola “scienza” naturalmente deriva dal verbo latino “scire”, cioè sapere; in greco esisteva una diversa parola che era “episthéme” (che sta su da sé) che indicava la conoscenza certa contrapposta alla semplice opinione o “dòxa”.
Presso i classici essa coincideva con la filosofia e nel Medioevo comprendeva anche la letteratura e tutte quelle che oggi chiamiamo “scienze umane”. E’ curioso come, grazie alla scuola, anche i migliori manuali abbiano contribuito a generare un luogo comune difficile da sradicare, quello per cui gli antenati della scienza moderna non erano filosofia, letteratura ecc. ma l’alchimia, l’astronomia, la cosmologia, la geografia antica, la matematica antica, la fisica aristotelica, cioè tutte quelle discipline che a partire dal 1600 avrebbero caratterizzato in forma nuova, e anche con nomi nuovi come chimica al posto di alchimia, il panorama del sapere. Questo approccio è significativo perché considera, decontestualizzando, la scienza seicentesca come l’unica e vera scienza, per cui prima c’era solo un cumulo di sapere disordinato che non meritava il sigillo di “scienza”. Ecco dunque che ciò che nasce nel 1600 e da lì prosegue indisturbato per quattro secoli merita l’imprimatur di “Scienza” con la ESSE maiuscola. Lo merita, perché, come spesso accade, si tende a dare valore assoluto ad acquisizioni innovative e significative; lo merita, ma solo perché il dubbio che l’anima rispetto al passato non viene usato nei confronti né del futuro né della sua attualità.
Ed è la nemesi.
Non c’è dubbio che la Scienza Moderna abbia raggiunto vertici mai visti in precedenza e grazie a questo abbia saputo dare vita a grandi innovazioni e cambiamenti straordinari nella vita degli uomini; forse anche per questo la “ragione” ha perso di vista “il lume della ragione” ritrovandosi dopo tre secoli di successi a diventare l’oggetto di una crisi non occasionale. Come la Scienza Moderna aveva sostituito la Scienza Classica così anch’essa ha dovuto subire i colpi dei nuovi sopravvenuti e piano piano dalla fine del 1800 essa è sempre più entrata in crisi fino ad essere oggi di fatto sostituita dalla Scienza della Complessità: certe sue verità rimangono valide e utili, ma a cadere è il carattere di valore assoluto che aveva preteso e soprattutto il quadro generale di riferimento, che la colloca in un angolino all’interno della nuova visione del sapere.
La Scienza moderna non nasce per caso, perché essa è il frutto di tanti elementi che si sono incontrati, intersecati, accolti, rifiutati e tante altre numerose combinazioni; senza dimenticare il contributo di altre civiltà, da quella fenicia a quella araba e a quella cinese, la Scienza Moderna nasce in Europa, perché solo l’Europa seppe considerare e valorizzare il contributo di chi l’aveva preceduta, senza limitarsi ad accatastare le informazioni e le acquisizioni che erano state prodotte in passato.
Metabolizzazioni. Distillazioni. Spirale. Il vero sapere non procede in modo lineare né come sommatoria quantitativa: esso si pone delle domande, torna indietro, non distrugge il passato, fa un bilancio e si sposta in avanti aggiungendo e raggiungendo una visione più ampia.
Quanto proposto da Euclide (IV-III sec. a.C.)  o da Pitagora (VI sec. a.C.) ad esempio sui triangoli non solo ha una sua validità ancora oggi ma ha aiutato la società umana a migliorarsi; quando però la complessità della società è cresciuta oltre certi livelli è stato necessario porsi nuovi problemi: allora si è vista che “le montagne non sono triangoli”, che quanto prodotto su quella figura geometrica è solo un’approssimazione e che occorreva produrre qualcosa di nuovo, come la matematica frattale, che negava e allo stesso tempo non negava la geometria euclidea. Se devo salire la collina di S. Cornelio ad Arezzo ho bisogno di strumenti semplici, ma se devo arrivare in cima al M. Bianco mi serve altro (scusate la banalità dell’esempio).
Il Seicento è il secolo di questa Scienza, un secolo che capitalizza quanto elaborato precedentemente e sviluppato in accelerazione nei due secoli precedenti: gli umanisti, ma anche studiosi e creatori come Leonardo o Copernico che morì nel 1543 oppure Tycho Brahe o Vesalio. La Scienza si impone nel Seicento e prende il volo grazie a Galileo, Cartesio, Pascal, Leibnitz, Newton, che più di tutti pongono le fondamenta del metodo scientifico che permetterà il definitivo distacco, qualitativo e quantitativo, della cultura occidentale rispetto a culture importanti come quella araba e quella cinese. L’intento di questo articolo non è quello di discutere le criticità, specifiche e generali della Scienza Moderna, di cui ho parlato altrove e che vedono impegnati sempre più studiosi, ma di avvicinare la Scienza Moderna al Barocco come espressione dello stesso secolo, mettendo in discussione i residui che tendono a privilegiare la loro opposizione e a sminuire quel periodo. Per far questo ho bisogno di procedere in modo non lineare perché i fenomeni si intrecciano, si incontrano, si allontanano.
Intanto vediamo alcune caratteristiche del pensiero scientifico che ritengo importanti e che spesso vengono coperte dai veli dei secoli successivi.
La prima di queste riguarda il rapporto che la Scienza intrattiene con la religione cattolica e soprattutto il legame che le unisce, un legame né estetico né di convenienza, ma genetico.
Perché è possibile la Scienza moderna? Quali sono le sue fondamenta? Come è stato possibile che un continente profondamente radicato nel sentimento religioso istituzionale abbia dato vita a una disciplina e a un metodo che appaiono molto distanti dalla fede?
Ci sono vari elementi di cui tocca tenere conto e che aiutano a rispondere alle tre domande, ma vanno tenuti insieme nella nostra mente. Molti di questi elementi sono stati sviluppati nei miei articoli di storia (vedi).
Il Cristianesimo a differenza delle altre religioni ha favorito, naturalmente in maniera non lineare, il dibattito sulla religione stessa; lo ha fatto attraverso concili, attraverso riflessioni filosofiche che aprivano a diverse interpretazioni, basti riferirsi al pensiero di Sant’Agostino e a quello di San Tommaso; lo ha fatto attraverso un contatto tra preghiera e azione, ad esempio con “Ora et labora” di San Benedetto; lo ha fatto con l’accettazione, seppur subìta, della separazione tra Religioso e Politico che ha comportato un lento ma deciso abbandono delle teorie universalistiche.
Penso che questo sia successo non per capacità logiche, come dimostra quella parte di mondo musulmano che cerca di rinnovarsi, ma per elementi costitutivi della religione cristiana che, al di là di divisioni scismi eresie, ne rappresentano l’identità. A questo proposito ritengo che la figura di Gesù, uomo e Dio, rappresenti la vera novità nel panorama religioso mondiale: il fatto che esso sia anche uomo significa chiaramente che quanto attiene al mondo non solo non è male, ma non è nemmeno ostacolo alla realizzazione del così detto progetto divino. Anzi questo non può essere compiuto senza che la componente materiale, terrena, mondana e dunque anche peccaminosa abbia un suo spazio.
Questi elementi portano Galileo alla giustificazione religiosa della scienza. Infatti, poiché Dio è l’Essere perfetto non può aver dato vita a un mondo imperfetto e dunque con la perfezione di Dio si giustifica la perfezione del mondo e la possibilità per l’intelligenza umana di conoscere quel mondo, attraverso passaggi ben definiti e compiuti. “SAGREDO. Ma sarà bene non ispender piú parole in questo particolare, perché io credo che il signor Salviati ad Aristotile ed a voi senza altre dimostrazioni avrebbe 
conceduto, il mondo esser corpo, ed esser perfetto e perfettissimo, come opera 
massima di Dio.”(Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo; Giornata Prima).
E ancora Cartesio nel Discours de la méthode: “…les choses que nous concevons très clairement et très distinctement sont toutes varies, n’est assurré qu’à cause que Dieu est ou existe, et qu’il est un être parfait, et que tout ce qui est en nous vient de lui: d’où il suit que nos idées ou notions, étant des choses réelles, et qui viennent de Dieu en tout ce en quoi elles sont claires et distinctes, ne peuvent en cela que être vraies.”(Ed. Librio, pag 50-51).
Tutti gli studiosi che hanno dato il loro contributo alla nascita e allo sviluppo della Scienza Moderna sono cristiani e profondamente religiosi; perdere questa loro identità, come si comincerà a fare dal secolo successivo, quello dei Lumi, ci impedisce di stabilire le dovute connessioni e ci priva di una seria conoscenza. Molti passi sono stati fatti da allora, molte rivoluzioni si sono succedute, più nel terreno del pensiero che nel terreno sociale, eppure quel legame originario con la religione cristiana non può essere perduto né dimenticato. Esso ci aiuta a stabilire ponti col nostro passato, a fare i conti con esso, a comprendere le differenze con altri mondi culturali, ad evitare atteggiamenti iconoclasti che, dovremmo averlo capito, non aiutano nel miglioramento della società umana. Non è dunque né un problema di verità né un problema di correttezza storica, ma di identità, sempre più necessaria in un mondo e in un periodo storico che tende all’omogeneizzazione del politic-culturalmente corretto e dunque al relativismo culturale. Possiamo senz’altro non avere fede e dichiararci non cristiani, ma dobbiamo fare i conti con una Scienza che nasce in nome del Cristianesimo. Possiamo anche sognare una “decrescita (in)felice”, criticare la tecnica e la tecnologia, coltivare il proprio orticello, usare la bicicletta (che Galileo non conosceva), essere vegani e animalisti, auspicare un ritorno al “bel tempo antico” e alla “bella età dell’oro”, ma tutto ciò presuppone una scienza che è comunque figlia della Scienza Moderna. E la Scienza Moderna ha geni e cromosomi del Cristianesimo.
Qualcuno potrebbe obbiettare sull’utilità di questa riflessione e di questo collegamento, dal momento che comunque la scienza sta sviluppando un proprio percorso indipendentemente da questo genere di riflessioni: è vero che oggi, comunque la si pensi, la scienza, e con essa la tecnica, procedono autogenerandosi, ma è anche vero che le riflessioni sulla scienza sono cresciute sia quantitativamente sia qualitativamente. Basta pensare alle problematiche etiche, alle necessarie critiche ai fondatori della Scienza Moderna (Damasio, L’errore di Cartesio), a interventi che pretendono di distruggere Galileo sotto tutti i punti di vista, alla sopravvivenza di una scienza cristiana, alle prospettive interdisciplinari poste dalla scienza della complessità e dalle neuroscienze. Dunque non penso sia inutile addentrarsi nei meandri di una riflessione di questo genere, perché solo così possiamo riannodare il filo che si è tagliato, quando si è cominciato a privilegiare la rottura sulla continuità: laici vs. clerici, ragione vs. fede, modernità vs. Medioevo, Stato vs. Chiesa.
Io credo che l’unico modo per riannodare quel filo sia di comprendere che il Dio cristiano rappresenta da un lato l’infinito e dall’altro la possibilità dell’uomo di accedervi. Se noi partiamo dall’uomo e dal mondo, come facevano Galileo e gli altri scienziati, per muoversi verso l’infinito, noi accettiamo come nostro sia il mondo sia l’infinito; che poi questo infinito per alcuni sia il Dio cristiano non è un problema. La prima conseguenza di questa appropriazione è che non esiste un mondo oggettivo, finito, limitato e non importa che il bisogno di assoluto prenda il nome del Dio cristiano o il nome dell’infinito leopardiano-baudelairiano: una interessante manifestazione di questo la vediamo nell’evoluzione della poesia di Ungaretti che dall’assoluto laico di Allegria passa all’assoluto cristiano de Il dolore.
Prima di passare al Barocco riconosciamo senza paura né patema alcuno che il Seicento è il secolo della Scienza; nessuna esitazione, nessun turbamento per la compagnia apparentemente distante e distinta del Barocco. Si è cercato in passato, sempre per quella ricerca di unità organicità linearità che ho stigmatizzato all’inizio, di proporre alcuni escamotage apparentemente risolutivi. Si è detto che il Barocco è tipico dei Paesi cattolici come Spagna e Italia, mentre la Scienza si è sviluppata nei Paesi del Nord Europa, a maggioranza protestante, anche perché quei Paesi erano più arretrati economicamente e socialmente, stabilendo dunque un nesso deterministico che inficerà gran parte del pensiero successivo. Pensiamo oltre a Galileo a Copernico, un prussiano polacco, che si è formato in Polonia, all’Università di Cracovia, e in Italia, dove tra l’altro si laureò in Diritto Canonico: è solo un esempio, non potendo in questa sede dilungarmi troppo. Lo stesso vale per il Barocco: se non vogliamo includere i grandi come Rembrandt non c’è dubbio che due forme tipicamente barocche, la natura morta e la pittura di genere, trovarono in Olanda un punto di riferimento per tutta l’Europa, mentre Shakespeare è il prodotto della moderna Inghilterra.
La Scienza è 1600. Il Barocco è 1600. Entrambi si costruiscono stabilendo una relazione più profonda di quanto sia stato fatto finora. Spesso si è parlato di “rigore” come l’elemento che accomuna i due fenomeni, ma la cosa appare, seppur forse vera,  decisamente forzata.
La Scienza Moderna introduce tre elementi del tutto nuovi rispetto alla scienza che la precedette. Vediamoli.
1)Esiste una res cogitans che indaga, studia, interviene, costruisce e smonta, individua separa ricompone. E’ il soggetto, il creatore, colui che decide cosa vede, perché gli oggetti non sono scontati e universali e solo la legge ha un valore assoluto. Questo soggetto in Cartesio non è necessariamente lo scienziato, ma in Galileo e per il generarsi del sapere scientifico quel soggetto è decisamente lo scienziato. Egli determina quale realtà sottoporre alla sua lente, quali componenti di questa realtà meritano la sua attenzione e anche il linguaggio che deve essere usato per studiare e definire.
Lo scienziato diventa dunque il creatore di parole che sanno dare valore alla sua ricerca in nome del sapere umano.
2)Esiste una res extensa che è l’oggetto di quell’indagine. E’ il mondo, la realtà, la natura, l’uomo e tutto ciò che lo circonda . Essa è scomponibile, anzi deve essere scomposta per poterla analizzare meglio. A differenza di quanto andrà diffondendosi a partire dal 1800 la realtà viene qui vista come oggettiva e limitata, de-finita e misurabile. Baudelaire invece in Corrispondenze scriverà che “E' un tempio la Natura ove viventi pilastri a volte confuse parole mandano fuori; la attraversa l'uomo tra foreste di simboli dagli occhi familiari.Fino ad allora non si metterà in discussione quanto proposto dalla Scienza Moderna anche grazie ai suoi successi teorici e pratici; la Natura, la realtà, è -aveva scritto Galileo- un libro e il suo alfabeto è la matematica, naturalmente la matematica conosciuta e non a caso Galileo parla delle figure geometriche euclidee. Galileo e gli altri intellettuali del ‘600 non hanno commesso errori, ma hanno sviluppato positivamente quanto fino ad allora conosciuto, soprattutto per merito dei matematici greci: non sono errori perché molte delle acquisizioni realizzate funzionano egregiamente, ma funzionano all’interno di una visione del mondo che non corrisponde più a quella che abbiamo oggi. Essa era più semplice e aveva bisogno di presupporre una realtà chiusa, statica, delimitata e definita: all’interno di essa, come dentro un campo recintato, si comincia a osservare e misurare, identificare e trascrivere ciò che è sotto i nostri occhi. La Scienza Moderna sa di essere solo all’inizio e pensa di poter svolgere il suo lavoro sino al completamento, anche se ci vorranno secoli. In effetti dal 1600 in poi si sono stabilite una serie di connessioni che hanno portato ad allargare il quadro che la Scienza ha saputo illuminare, tanto che nel 1800 il noto Marchese de Laplace, matematico e fisico, convintissimo sostenitore dei presupposti culturali della Scienza Moderna creò il famoso “demone” sostenendo che:
Dobbiamo dunque raffigurarci lo stato presente dell’universo come l’effetto del suo stato anteriore, e come la causa di quello che seguirà. Un’intelligenza che per un dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata e la situazione rispettiva degli esseri che la compongono, se d’altra parte fosse così vasta da sottoporre questi dati all’analisi, abbraccerebbe in un’unica e medesima formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo e quelli del più lieve atomo: niente sarebbe incerto per essa, e l’avvenire, come il passato, sarebbe presente ai suoi occhi. Lo spirito umano offre, nella perfezione che ha saputo procurare all’Astronomia, una pallida immagine di questa intelligenza. Le sue scoperte in Meccanica e in Geometria, aggiunte a quella della gravitazione universale, l’hanno messo in grado di includere nelle medesime espressioni analitiche gli stati passati e futuri del sistema del mondo.”
Oggi queste riflessioni hanno perso ogni valore anche se hanno pesato fino a non molto tempo fa, ma ciò che interessa è il retroterra culturale che le rendeva possibili e così torniamo alla nascita della Scienza Moderna. Non è un caso che nel suo celebre saggio “Le discours de la méthode” Cartesio ponga questo aspetto tra gli elementi decisivi del metodo scientifico. Egli parla di quattro precetti, il secondo dei quali è “Diviser chacune des difficultés que j’examinerais en autant de parcelles, qu’il se pourrait, et qu’il serait requis pour les mieux resoudre (Ed. Librio, pag27)”; si tratta praticamente del concetto oggi messo in discussione per cui “Il tutto è eguale alla somma delle parti”. Il tutto, il mondo, la natura, è scomponibile nelle sue parti. Il metodo richiede che si scenda dal complesso al più semplice, in modo da separare gli elementi ultimi per poterli ricomporre e vedere dunque quali sono le leggi che ne regolano il funzionamento.
3)La comprensione del libro dell’universo, cioè del mondo, di cui parla Galileo ne Il saggiatore, presuppone l’esistenza di Dio e di una realtà in qualche modo limitata, almeno così sembra a prima vista. Solo una realtà che ha dei confini, dei limiti può essere scomposta nelle sue parti e componenti. In realtà il secondo dei due presupposti è solo una generica aspirazione, perché lo scienziato da allora in poi agirà nell’indagine della natura come se questa fosse qualcosa di aperto. Si presuppongono dei limiti, quali che siano e che prima o poi incontreremo, ma in realtà ci muoviamo di volta in volta come se questi limiti non esistessero; infatti lo scienziato delimita solo la parte che affronta perché non conosce cosa lo aspetti oltre quel primo punto di arrivo. Ed è così dunque che lo scienziato moderno presuppone una realtà limitata ma agisce, e pensa, come se non esistessero limiti. In questo senso il pensiero occidentale, che ha già superato l’atteggiamento comune a molte culture, quello del mito, va ancora oltre: intanto ha accettato l’uomo nella relazione con Dio, poi ha attribuito a Dio le basi di una perfetta conoscenza e ora si getta nel mondo incognito che è attributo divino, l’assoluto e l’infinito.

Questi tre punti rappresentano le premesse e le possibilità della Scienza Moderna, ma non solo della Scienza Moderna, perché essi li ritroviamo anche nel Barocco e non sono aspetti secondari, ma costitutivi del movimento artistico che incarna il Seicento.

1)L’artista barocco, in particolar modo il poeta barocco, crea un linguaggio del tutto nuovo, in cui la metafora diventa elemento determinante (Tesauro). Fino a quando la scienza della complessità non ha riconosciuto che la metafora è un elemento costitutivo del sapere scientifico, la metafora era vista solo come artifizio retorico, come figura retorica, di quelle che si studiano a scuola. E’ comprensibile dunque che un movimento che fa della metafora un importante strumento venga svilito a orpello e soprammobile, soprattutto se alla metafora si accompagna con spregiudicata sfrontatezza il fine della “meraviglia” (Marino). Il punto che oggi possiamo comprendere meglio è che l’artista, come lo scienziato, cercano di orientarsi nella realtà senza limitarsi a riprodurla meccanicamente e in modo fotografico. La distanza appare incolmabile solo se si continua ad avere una visione estetica della poesia, mentre se si comprende che anche la poesia è creazione di realtà allora le due manifestazioni risultano molto più vicine. Il filtro per poter andare in questa direzione ci viene offerto proprio dalla Scienza della Complessità, ad esempio dal Premio Nobel Prigogine che nel libro “La nuova alleanza” mostra come scienze della natura e scienze umane si trovino alleate nella conoscenza-creazione della realtà. Certo, se continuiamo a vedere la letteratura come quella cosa da tenere nel comodino e da leggere prima di addormentarsi o come quell’insieme di parole che ci procurano piacere, allora è chiaro che Scienza Moderna e Barocco risultano essere agli antipodi.
[esempi]

2)L’attenzione al mondo nelle sue componenti e nella sua particolarità è caratteristica dell’arte barocca, che ci fornisce un quadro di osservazione sempre più ampio della realtà nella quale siamo inseriti. La cosiddetta “Pittura di genere” va nella direzione della descrizione di una realtà che la pittura in precedenza aveva trascurato: immagini sacre vengono sostituite da quadretti di vita quotidiana che non sono occasionali presentazioni di artisti importanti, ma al contrario rappresentano il tessuto connettivo del secolo.
Mai il popolo era stato così ben rappresentato come nel Seicento. Qualsiasi studente ricorda “La bottega del macellaio” di Annibale Carracci oppure “Due bambini che mangiano frutta” di Murillo oppure le numerose figure di popolani dipinte da Ribera.
Lo stesso va detto della “Natura morta” che abbraccia soggetti tra i più svariati della vita reale quotidiana: abbiamo i cestini di frutta in cui si cimentò anche Caravaggio, gli strumenti musicali che interessarono i pittori di tutta l’Europa, la verdura, la selvaggina e tantissimi altri elementi che contribuiscono alla composizione della realtà
Non è però solo merito della pittura, perché anche la poesia si sbizzarrisce in questo tipo di produzione. Chi non ricorda il pettine che solca i capelli di una bella donna o l’orologio da rote di Ciro di Pers o ancora la pulce sulle poppe femminili di Artale. Lo stesso Marino dedicò nell’Adone alcune strofe a Galileo e al telescopio, descritto minuziosamente in versi o i Cedri fantastici di Giacomo Lubrano.
La metafora in questo senso assume un ruolo più importante della dimensione estetica diventando uno strumento di scavo e ricerca completamente nuovo e mai così insistito. La similitudine aveva caratterizzato la letteratura precedente ed era un modo per abituare il lettore a dei confronti, dei paragoni, delle somiglianze; la metafora stabilisce un legame più diretto tra i due mondi a cui si fa riferimento e ciò che colpisce è la maggiore immediatezza di quella relazione. Per molti la metafora è solo una similitudine senza il “come” a fare da collegamento e in parte è vero, ma non è cosa di poco conto, perché la metafora permette di rompere la rigida separazione tra i due mondi che mi interessano. Dire che il pettine è come una nave lascia separati i capelli dal mare, ma dire il pettine è una nave fa sì che i capelli e il mare trovino un maggiore punto di contatto. Questo fatto è importante perché rompendo la rigidità della relazione tra due mondi apre la strada a quella che sarà, un paio di secoli dopo, il passaggio alla vera novità che è rappresentata dall’analogia (o Corrispondenze o correlativo oggettivo o simbolo o “pensiero che uncina il pensiero e che tira”).
3)Il Barocco, come la Scienza Moderna, scende nel particolare ma ha il senso dell’infinito. Certo non è l’infinito che dominerà la scena a partire dal 1800, ma è qualcosa che rompe la staticità dei secoli precedenti. Da un lato esso riproduce i trionfi della Chiesa con riferimenti all’assoluto cristiano, ma non si ferma qui. Innanzitutto è il tema della morte che irrompe nell’arte barocca, un tema che va oltre l’aldilà cristiano e oltre il necessario compimento dell’esistenza degli uomini, come era stato nei secoli precedenti. In realtà dietro e dentro questo tema si ritrovano diversi aspetti, il principale dei quali è il tempo con i riferimenti alla caducità della vita terrena e dunque al senso dell’esistenza. Dio è presente e rimane la luce dell’orizzonte ma non è più sufficiente alle inquietudini dell’uomo seicentesco, turbamenti che nascono dalla insoddisfazione per le certezze ultraterrene del Medioevo e per quelle terrene del Rinascimento: né le prime né le seconde soddisfano e dunque occorre convivere con tutto ciò, una convivenza che, nel momento in cui non si può scegliere né il qua né il là, è provvista di senso solo se ha come orizzonte l’infinito, quell’entità che comincia a emergere e imporsi in misura crescente sia nelle scienze umane sia nelle scienze fisiche, dove cresce il numero di studiosi che cercano di approfondire quel concetto (da Keplero a Fermat a Leibniz).
Nella pittura il tema è espresso dalla presenza del libro, della clessidra, del teschio, mentre in poesia si cerca di sondare i diversi mondi che collegano a quell’universo così astratto ma sempre più necessario. Il Paradiso e l’Inferno rimangono nella fede delle persone, che però sentono il bisogno di spostare su altri piani il piacere e la sofferenza che angeli e diavoli potevano rappresentare per la semplicità delle persone dei secoli andati. Ed è in poesia che troviamo i versi più interessanti dove forma e contenuto, parole e immagini si incontrano per suggerirci una disposizione nuova. Ne troviamo espressione nella moderna Inghilterra di Shakespeare come nell’arretrata Spagna a dimostrazione che la sensibilità barocca va al di là, molto al di là di facili determinismi socio-economici.
I Sonetti del poeta inglese che parlano della morte sono numerosi. Ecco alcuni versi:
allora il pensiero di questa precaria vita
ti presenta agli occhi miei, ricco di giovinezza,
mentre il Tempo distruttore cospira con la Morte
per cambiare il tuo fresco giorno in fetida notte:
ed in piena guerra col Tempo, per amor tuo,
come esso ti strappa, io ti ripianto ancora. (Sonetto 13)

O il sonetto 12:
“Quando conto i rintocchi che dicono l’ora,
e vedo il giorno radioso caduto in orrida notte
quando contemplo delle viole ormai vizze,
o riccioli bruni tutti sbiancati d’argento:
quando spogli rivedo quegli alberi immensi
che al gregge un tempo furon schermo alla calura,
e il verde dell’estate, ormai cinto in covoni
portato sulla bara, irto di bianco e ispido pelo;
io penso allora al destino della tua bellezza,
chè tu pure ne andrai tra i rifiuti del tempo,
poi che le cose piùdolci e belle tradiscon se stesse,
e muoiono repente come altre ne sbocciano intorno:
e niente potrà far difesa contro la falce del Tempo,
fuor da una prole, che lo sfidi quand’ei venga a rapirti!

Gongora:
“…
Godi collo, capello, labbro e fronte
Prima che quanto fu in tua età dorata
Oro, giglio, garofano, cristallo,
non solo in argento o tronca viola
si volga,ma tu insieme decada
in terra, fumo, polvere, ombra, nulla.”

Quevedo:
“Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
Ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita;
ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva;
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda,
eandar contro la legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere avranno un sentimento;
saran terra, ma terra innamorata

Sono solo alcune tracce lasciate dalla poesia del Seicento, ma il panorama è vastissimo e coinvolge anche figure femminili religiose, come la messicana Suor Inès de la Cruz, in cui la relazione tra amore e Dio e gioia e sofferenza e vita e morte è possibile solo prospettando nuovi orizzonti.

Ho cercato nelle pagine precedenti di spiegare come la Scienza Moderna e il Barocco, nonostante i differenti campi di intervento, esprimano una comune sensibilità e una visione del tutto nuove. Credo che non si debba più enfatizzare le diversità che caratterizzano questi due fenomeni, diversità che certamente esistono ma che sono dei dettagli rispetto al grande salto che hanno permesso portando a un livello più alto il livello di complessità che caratterizza il Seicento. Questa maggiore complessità è probabilmente legata a una maggiore partecipazione individuale e popolare, a un maggiore protagonismo dei soggetti della scala sociale. Ancora una volta occorre comprendere come la complessità sia l’unico parametro utile a entrare dentro i fenomeni sociali in evoluzione. Il Medioevo non è più l’insieme dei secoli bui così come il Rinascimento non rappresenta un punto particolarmente alto cui riferirsi. L’evoluzione storica delle società e delle culture comporta sempre un ritorno indietro e un procedere nuovo, comporta la metabolizzazione e distillazione del passato perché nuovi prodotti germoglino e diano vita a nuovi frutti. Gli hub, cioè i nodi, della rete medievale e rinascimentale erano limitati e di conseguenza le relazioni tra di loro erano ridotte, di numero e di qualità. Tra la seconda metà del Cinquecento e il Seicento questi nodi sono cresciuti notevolmente con il protagonismo di nuove città e di nuove regioni, mentre le campagne che in precedenza erano fuori quasi del tutto da quelle relazioni assistono a una rivitalizzazione, a uno sviluppo. Alcune città non crescono in complessità mentre altre si espandono portando nella rete nuovi soggetti e nuove figure sociali: il quadro delle relazioni sociali si è fatto più complesso, mentre nuove stabili e consistenti relazioni si stabiliscono tra i vecchi paesi del continente europeo e i continenti americano e asiatico. La cultura dei secoli precedenti era una cultura rigidamente di élite che coinvolgeva un numero ristretto di intellettuali, ristretto ma potente e straordinario. Nel Seicento si assiste a una maggiore presenza popolare anche a livello culturale e un riconoscimento in tal senso va fatto sia alla Chiesa Controriformista sia allo sviluppo scientifico: nel primo caso con l’attenzione dedicata all’alfabetizzazione e nel secondo con lo sviluppo di botteghe artigianali legate alle nuove esigenze della tecnica e della scienza.
Ci troviamo di fronte dunque a un fenomeno estremamente confuso, come sempre avviene nell’evoluzione storica, difficilmente riconducibile e riducibile a particelle semplici: crescono i legami e cresce l’intensità dei flussi che attraversano questi legami. Tutto ciò non vuol dire che il Seicento fosse il secolo benedetto, ma solo che non si può leggere questo secolo usando gli stessi criteri usati per i quattro precedenti. Maggiore complessità sociale e culturale obbliga non solo a maggiori attenzioni e maggiori compiti, ma anche a compiti ed attenzioni di nuovo tipo.
La Scienza Moderna lo fece a modo suo e in quello che riteneva il suo campo d’intervento.
Lo stesso fece il Barocco.
Entrambi si posero il problema del senso della vita, un senso che non si esaurisce nelle dinamiche materiali, un senso che non si esaurisce con la fede nel Paradiso.
Da allora il senso della vita diventa l’elemento centrale dell’esistenza umana.













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