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Il Barocco, la Scienza
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Il ‘600 non è quello che si
pensa
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Fino a pochi anni fa accostare il Barocco e la Scienza
era come avvicinare “il diavolo e l’acqua santa” e in chiave culturale
un’aberrazione. Ancora una volta l’esigenza di unitarietà, organicità,
coerenza, l’esigenza di ridurre qualsiasi fenomeno a un rapporto di
causa-effetto obbligava al ripudio e all’allontanamento tra due realtà che pure
appartenevano allo stesso secolo.
Ah! L’ideologia che se ne va tranquilla all’ombra dei
critici laureati…
Ecco dunque che la Scienza e il Barocco sono prima di
tutto due concetti antitetici, essendo la prima Verità e il secondo finzione. E
poi lo schemino, che può essere utile il primo anno, ma che poi diventa
qualcosa di inaccettabile, per la dignità del docente più che per la formazione
di un adolescente: il Medioevo è legato al Barocco, mentre il Rinascimento
rinvia all’Illuminismo. L’irrazionalità e la superstizione da un lato, la
ragione e la razionalità dall’altro o, ancora, la religione e la Chiesa contro
l’uomo e le sue istituzioni.
Ho già mostrato (blog la storia) come questi secoli,
questi movimenti, queste istituzioni rappresentino qualcosa di molto più
complesso, come la Chiesa abbia rappresentato un momento di grande innovazione,
come la religione abbia sostanziato anche il più laico dei pensatori, come la
stessa scienza moderna sia impensabile al di fuori del Dio cristiano e come
l’Illuminismo abbia anche portato con sé tragedie e orrori. L’idea che uno
studente, cioè una persona adolescente, abbia bisogno di riassuntini,
schemettini, freccettine, che riducono il sapere a qualche formula e i fenomeni
evolutivi a facili blocchi va contro la naturale caratteristica dell’essere
umano e in particolare di quella persona che sta modificandosi, formandosi e
conformandosi.
Non sto parlando di banalità che vengono diffuse a piene
mani per superficialità e sciatteria, ma soprattutto di concetti che parlano di
ideologia e non di cultura.
La contrapposizione tra Scienza e Barocco rientra a pieno
titolo in questa operazione che, accompagnata dai buoni propositi dello spirito
critico, ne nega invece le fondamenta.
Questa contrapposizione trova la sua giustificazione in
una serie di semplificazioni e asserzioni riduzionistiche con cui occorre fare
i conti.
La scienza moderna si presenta come la massima
espressione dello spirito critico e razionale mentre il Barocco è il trionfo
della Chiesa controriformistica, giudicata senza distinguo retrograda e
reazionaria: in Francia, tanto per riportare un qualcosa che ho vissuto in
prima persona, il termine razionale è intercambiabile con “cartesiano” a
dimostrazione che non esiste razionalità al di fuori del metodo scientifico.
Spesso il contrasto tra scienza e fede è riportato come
qualcosa di essenziale e non come il frutto evolutivo di percorsi differenziati
e non omogenei, e tanto meno deterministici, della storia. Si trasforma la
complessità della storia in un’equazione che per definizione è vera: invece di
indagare sull’origine di un contrasto tra scienza e fede, contrasto che non è
mai stato netto e deciso, si preferisce assumerlo come verità, partendo da
alcune conclusioni, parziali e moderne. La scienza studia la realtà concreta,
quella cioè percepibile dai cinque sensi, mentre la fede parla di cose con cui i
cinque sensi non riescono a entrare in contatto, dunque la prima è vera la
seconda no. Un signore che volle essermi amico su FB si onorava di spiegare al
figlioletto quanto fosse falsa la religione con questa testuale affermazione:
caro figlio tu vedi questo albero, questo gatto e puoi toccarli, dunque
esistono, appartengono alla realtà; Dio non lo vedi né puoi toccarlo, dunque
non esiste.
Il problema è fortunatamente un altro e risulta molto più
interessante di quanto sia stato visto fino ad anni recenti: esso riguarda
innanzitutto la scienza, ma coinvolge direttamente la letteratura, e con essa
le scienze umane.
Innanzitutto il 1600 è il secolo in cui si afferma un
nuovo concetto di scienza, fatto comprensibile e necessario, tenuto conto che
la vita dell’uomo, e dunque anche il sapere, non sono mai stati fermi e anche
chi ha teorizzato una visione circolare ha di fatto, con le proprie opere e con
i propri studi, messo in discussione la teoria generale. Pensiamo a Parmenide,
al platonismo e alla metafisica in generale che, nonostante fissassero in uno
schema organico e completo l’esistere del mondo e degli uomini, hanno
regolarmente mostrato e allo stesso tempo assistito all’evolversi degli stessi.
Si può ridurre tutto il vasto evolversi e il differenziato esprimersi e
manifestarsi di uomini e cose a forme, ombre, fantasie e finzioni, ma ciò non
ne impedisce l’esistenza. Molto si è discusso e si continua a discutere su
questa invenzione occidentale della metafisica, ma è difficile contestare, se
non in aspetti minori, quanto prodotto dalla filosofia ottocentesca e
novecentesca fino ad Heidegger. Io credo che non si sia data particolare
importanza alla conclusione della ricerca metafisica di Heidegger, quella
ricerca che lo ha portato, sulla base di una riflessione filosofica puntuale e
profonda, a scrivere Essere e tempo e rinunciare a portare alle estreme
conseguenze quella riflessione, non per incapacità, blocchi concettuali o
insorgenti aporie: con la sua ricerca metafisica Heidegger si rende conto che
la metafisica ha esaurito le sue possibilità, lasciando alla poesia il compito
di ricerca, scoperta e creazione. Come tutte le cose umane anche la metafisica
ha prodotto risultati importanti e come tutte le cose dell’uomo occidentale
quei risultati importanti sono stati anche decisivi.
(amore moderno e idealizzazione)
Questa escursione, apparentemente poco congruente, assume
un valore metodologico in ogni studio che ci troviamo a fare del passato, e
diventa inevitabile se vogliamo indagare il pensiero e soprattutto quella
particolare forma di pensiero cui diamo il nome di scienza. Torniamo dunque ad
essa e al secolo che la vide esplodere ed affermarsi.
Il 1600 è il secolo della scienza, anzi della Scienza.
Non sembri un banale refuso perché le due identiche parole sono state scritte
volontariamente in modo diverso. Non starò qui a ricostruire la storia del
sapere dell’umanità né tanto meno a farne un bignamino. Tutti i popoli in tutte
le epoche hanno compreso l’importanza della conoscenza e ne hanno acquisito
sempre di più aspetti; come tutte le cose più elementi abbiamo di fronte e più
interconnessioni si prospettano, dando vita a sempre maggiori dubbi e
confusioni, obbligando a rimettere insieme, oltre ai vari dati semplici, anche
i diversi tentativi di riorganizzarli, cioè le interpretazioni che sgorgano
naturalmente. La vista di un albero comporta naturalmente la vista della
foresta e poi i quesiti relativi alle differenti piante, al modo con cui
cresco, ai tempi, ai luoghi, alla pioggia e al sole, alla luce e al buio:
immaginiamo quale carico e quale impegno abbia richiesto nel corso dei secoli
questo processo mentale, cioè culturale, soprattutto quando ci si è trovati a
dover trattare aspetti che sfuggivano ai nostri sensi.
Bene, per farla breve, nasce la scienza che ogni popolo
affronta a modo proprio. La parola “scienza” naturalmente deriva dal verbo
latino “scire”, cioè sapere; in greco esisteva una diversa parola che era
“episthéme” (che sta su da sé) che indicava la conoscenza certa contrapposta
alla semplice opinione o “dòxa”.
Presso i classici essa coincideva con la filosofia e nel
Medioevo comprendeva anche la letteratura e tutte quelle che oggi chiamiamo
“scienze umane”. E’ curioso come, grazie alla scuola, anche i migliori manuali
abbiano contribuito a generare un luogo comune difficile da sradicare, quello
per cui gli antenati della scienza moderna non erano filosofia, letteratura
ecc. ma l’alchimia, l’astronomia, la cosmologia, la geografia antica, la
matematica antica, la fisica aristotelica, cioè tutte quelle discipline che a
partire dal 1600 avrebbero caratterizzato in forma nuova, e anche con nomi
nuovi come chimica al posto di alchimia, il panorama del sapere. Questo approccio
è significativo perché considera, decontestualizzando, la scienza seicentesca
come l’unica e vera scienza, per cui prima c’era solo un cumulo di sapere
disordinato che non meritava il sigillo di “scienza”. Ecco dunque che ciò che
nasce nel 1600 e da lì prosegue indisturbato per quattro secoli merita l’imprimatur
di “Scienza” con la ESSE maiuscola. Lo merita, perché, come spesso accade, si
tende a dare valore assoluto ad acquisizioni innovative e significative; lo
merita, ma solo perché il dubbio che l’anima rispetto al passato non viene
usato nei confronti né del futuro né della sua attualità.
Ed è la nemesi.
Non c’è dubbio che la Scienza Moderna abbia raggiunto
vertici mai visti in precedenza e grazie a questo abbia saputo dare vita a
grandi innovazioni e cambiamenti straordinari nella vita degli uomini; forse
anche per questo la “ragione” ha perso di vista “il lume della ragione”
ritrovandosi dopo tre secoli di successi a diventare l’oggetto di una crisi non
occasionale. Come la Scienza Moderna aveva sostituito la Scienza Classica così
anch’essa ha dovuto subire i colpi dei nuovi sopravvenuti e piano piano dalla
fine del 1800 essa è sempre più entrata in crisi fino ad essere oggi di fatto sostituita
dalla Scienza della Complessità: certe sue verità rimangono valide e utili, ma a
cadere è il carattere di valore assoluto che aveva preteso e soprattutto il
quadro generale di riferimento, che la colloca in un angolino all’interno della
nuova visione del sapere.
La Scienza moderna non nasce per caso, perché essa è il
frutto di tanti elementi che si sono incontrati, intersecati, accolti,
rifiutati e tante altre numerose combinazioni; senza dimenticare il contributo
di altre civiltà, da quella fenicia a quella araba e a quella cinese, la
Scienza Moderna nasce in Europa, perché solo l’Europa seppe considerare e
valorizzare il contributo di chi l’aveva preceduta, senza limitarsi ad
accatastare le informazioni e le acquisizioni che erano state prodotte in passato.
Metabolizzazioni. Distillazioni. Spirale. Il vero sapere
non procede in modo lineare né come sommatoria quantitativa: esso si pone delle
domande, torna indietro, non distrugge il passato, fa un bilancio e si sposta
in avanti aggiungendo e raggiungendo una visione più ampia.
Quanto proposto da Euclide (IV-III sec. a.C.) o da Pitagora (VI sec. a.C.) ad esempio sui
triangoli non solo ha una sua validità ancora oggi ma ha aiutato la società
umana a migliorarsi; quando però la complessità della società è cresciuta oltre
certi livelli è stato necessario porsi nuovi problemi: allora si è vista che
“le montagne non sono triangoli”, che quanto prodotto su quella figura
geometrica è solo un’approssimazione e che occorreva produrre qualcosa di
nuovo, come la matematica frattale, che negava e allo stesso tempo non negava
la geometria euclidea. Se devo salire la collina di S. Cornelio ad Arezzo ho
bisogno di strumenti semplici, ma se devo arrivare in cima al M. Bianco mi
serve altro (scusate la banalità dell’esempio).
Il Seicento è il secolo di questa Scienza, un secolo che
capitalizza quanto elaborato precedentemente e sviluppato in accelerazione nei
due secoli precedenti: gli umanisti, ma anche studiosi e creatori come Leonardo
o Copernico che morì nel 1543 oppure Tycho Brahe o Vesalio. La Scienza si
impone nel Seicento e prende il volo grazie a Galileo, Cartesio, Pascal,
Leibnitz, Newton, che più di tutti pongono le fondamenta del metodo scientifico
che permetterà il definitivo distacco, qualitativo e quantitativo, della
cultura occidentale rispetto a culture importanti come quella araba e quella
cinese. L’intento di questo articolo non è quello di discutere le criticità,
specifiche e generali della Scienza Moderna, di cui ho parlato altrove e che
vedono impegnati sempre più studiosi, ma di avvicinare la Scienza Moderna al
Barocco come espressione dello stesso secolo, mettendo in discussione i residui
che tendono a privilegiare la loro opposizione e a sminuire quel periodo. Per
far questo ho bisogno di procedere in modo non lineare perché i fenomeni si
intrecciano, si incontrano, si allontanano.
Intanto vediamo alcune caratteristiche del pensiero
scientifico che ritengo importanti e che spesso vengono coperte dai veli dei
secoli successivi.
La prima di queste riguarda il rapporto che la Scienza intrattiene
con la religione cattolica e soprattutto il legame che le unisce, un legame né
estetico né di convenienza, ma genetico.
Perché è possibile la Scienza moderna? Quali sono le sue
fondamenta? Come è stato possibile che un continente profondamente radicato nel
sentimento religioso istituzionale abbia dato vita a una disciplina e a un
metodo che appaiono molto distanti dalla fede?
Ci sono vari elementi di cui tocca tenere conto e che
aiutano a rispondere alle tre domande, ma vanno tenuti insieme nella nostra
mente. Molti di questi elementi sono stati sviluppati nei miei articoli di
storia (vedi).
Il Cristianesimo a differenza delle altre religioni ha
favorito, naturalmente in maniera non lineare, il dibattito sulla religione
stessa; lo ha fatto attraverso concili, attraverso riflessioni filosofiche che aprivano
a diverse interpretazioni, basti riferirsi al pensiero di Sant’Agostino e a
quello di San Tommaso; lo ha fatto attraverso un contatto tra preghiera e
azione, ad esempio con “Ora et labora” di San Benedetto; lo ha fatto con
l’accettazione, seppur subìta, della separazione tra Religioso e Politico che
ha comportato un lento ma deciso abbandono delle teorie universalistiche.
Penso che questo sia successo non per capacità logiche,
come dimostra quella parte di mondo musulmano che cerca di rinnovarsi, ma per
elementi costitutivi della religione cristiana che, al di là di divisioni
scismi eresie, ne rappresentano l’identità. A questo proposito ritengo che la
figura di Gesù, uomo e Dio, rappresenti la vera novità nel panorama religioso
mondiale: il fatto che esso sia anche uomo significa chiaramente che quanto
attiene al mondo non solo non è male, ma non è nemmeno ostacolo alla
realizzazione del così detto progetto divino. Anzi questo non può essere
compiuto senza che la componente materiale, terrena, mondana e dunque anche
peccaminosa abbia un suo spazio.
Questi elementi portano Galileo alla giustificazione
religiosa della scienza. Infatti, poiché Dio è l’Essere perfetto non può aver
dato vita a un mondo imperfetto e dunque con la perfezione di Dio si giustifica
la perfezione del mondo e la possibilità per l’intelligenza umana di conoscere
quel mondo, attraverso passaggi ben definiti e compiuti. “SAGREDO. Ma sarà bene non ispender piú parole in questo particolare, perché io credo che il signor Salviati ad Aristotile ed a voi senza altre dimostrazioni avrebbe
conceduto, il mondo esser corpo, ed esser perfetto e perfettissimo, come opera
massima di Dio.”(Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo; Giornata Prima).
E ancora Cartesio nel Discours de la méthode: “…les
choses que nous concevons très clairement et très distinctement sont toutes
varies, n’est assurré qu’à cause que Dieu est ou existe, et qu’il est un être parfait,
et que tout ce qui est en nous vient de lui: d’où il suit que nos idées ou notions,
étant des choses réelles, et qui viennent de Dieu en tout ce en quoi elles sont
claires et distinctes, ne peuvent en cela que être vraies.”(Ed. Librio, pag
50-51).
Attraverso un metodo, quello che diventerà il metodo
scientifico, Galileo usa una espressione divenuta celebre per spiegare questo
atteggiamento conoscitivo: “La
filosofia è scritta in questo grandissimo libro che continuamente ci sta aperto
innanzi a gli occhi (io dico l'universo), ma non si può intendere se prima non
s'impara a intender la lingua, e conoscer i caratteri, né quali è scritto. Egli
è scritto in lingua matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed altre
figure geometriche, senza i quali mezzi è impossibile a intenderne umanamente
parola; senza questi è un aggirarsi vanamente per un oscuro laberinto.” (Il saggiatore, cap. VI).
Tutti gli studiosi che hanno dato il loro contributo alla
nascita e allo sviluppo della Scienza Moderna sono cristiani e profondamente
religiosi; perdere questa loro identità, come si comincerà a fare dal secolo
successivo, quello dei Lumi, ci impedisce di stabilire le dovute connessioni e
ci priva di una seria conoscenza. Molti passi sono stati fatti da allora, molte
rivoluzioni si sono succedute, più nel terreno del pensiero che nel terreno
sociale, eppure quel legame originario con la religione cristiana non può
essere perduto né dimenticato. Esso ci aiuta a stabilire ponti col nostro
passato, a fare i conti con esso, a comprendere le differenze con altri mondi
culturali, ad evitare atteggiamenti iconoclasti che, dovremmo averlo capito,
non aiutano nel miglioramento della società umana. Non è dunque né un problema
di verità né un problema di correttezza storica, ma di identità, sempre più
necessaria in un mondo e in un periodo storico che tende all’omogeneizzazione
del politic-culturalmente corretto e dunque al relativismo culturale. Possiamo
senz’altro non avere fede e dichiararci non cristiani, ma dobbiamo fare i conti
con una Scienza che nasce in nome del Cristianesimo. Possiamo anche sognare una
“decrescita (in)felice”, criticare la tecnica e la tecnologia, coltivare il
proprio orticello, usare la bicicletta (che Galileo non conosceva), essere
vegani e animalisti, auspicare un ritorno al “bel tempo antico” e alla “bella età
dell’oro”, ma tutto ciò presuppone una scienza che è comunque figlia della
Scienza Moderna. E la Scienza Moderna ha geni e cromosomi del Cristianesimo.
Qualcuno potrebbe obbiettare sull’utilità di questa
riflessione e di questo collegamento, dal momento che comunque la scienza sta
sviluppando un proprio percorso indipendentemente da questo genere di
riflessioni: è vero che oggi, comunque la si pensi, la scienza, e con essa la
tecnica, procedono autogenerandosi, ma è anche vero che le riflessioni sulla
scienza sono cresciute sia quantitativamente sia qualitativamente. Basta
pensare alle problematiche etiche, alle necessarie critiche ai fondatori della
Scienza Moderna (Damasio, L’errore di Cartesio), a interventi che
pretendono di distruggere Galileo sotto tutti i punti di vista, alla
sopravvivenza di una scienza cristiana, alle prospettive interdisciplinari
poste dalla scienza della complessità e dalle neuroscienze. Dunque non penso
sia inutile addentrarsi nei meandri di una riflessione di questo genere, perché
solo così possiamo riannodare il filo che si è tagliato, quando si è cominciato
a privilegiare la rottura sulla continuità: laici vs. clerici, ragione vs.
fede, modernità vs. Medioevo, Stato vs. Chiesa.
Io credo che l’unico modo per riannodare quel filo sia di
comprendere che il Dio cristiano rappresenta da un lato l’infinito e dall’altro
la possibilità dell’uomo di accedervi. Se noi partiamo dall’uomo e dal mondo,
come facevano Galileo e gli altri scienziati, per muoversi verso l’infinito,
noi accettiamo come nostro sia il mondo sia l’infinito; che poi questo infinito
per alcuni sia il Dio cristiano non è un problema. La prima conseguenza di
questa appropriazione è che non esiste un mondo oggettivo, finito, limitato e
non importa che il bisogno di assoluto prenda il nome del Dio cristiano o il
nome dell’infinito leopardiano-baudelairiano: una interessante manifestazione
di questo la vediamo nell’evoluzione della poesia di Ungaretti che
dall’assoluto laico di Allegria passa all’assoluto cristiano de Il dolore.
Prima di passare al Barocco riconosciamo senza paura né
patema alcuno che il Seicento è il secolo della Scienza; nessuna esitazione,
nessun turbamento per la compagnia apparentemente distante e distinta del
Barocco. Si è cercato in passato, sempre per quella ricerca di unità organicità
linearità che ho stigmatizzato all’inizio, di proporre alcuni escamotage
apparentemente risolutivi. Si è detto che il Barocco è tipico dei Paesi
cattolici come Spagna e Italia, mentre la Scienza si è sviluppata nei Paesi del
Nord Europa, a maggioranza protestante, anche perché quei Paesi erano più
arretrati economicamente e socialmente, stabilendo dunque un nesso
deterministico che inficerà gran parte del pensiero successivo. Pensiamo oltre
a Galileo a Copernico, un prussiano polacco, che si è formato in Polonia,
all’Università di Cracovia, e in Italia, dove tra l’altro si laureò in Diritto
Canonico: è solo un esempio, non potendo in questa sede dilungarmi troppo. Lo
stesso vale per il Barocco: se non vogliamo includere i grandi come Rembrandt
non c’è dubbio che due forme tipicamente barocche, la natura morta e la pittura
di genere, trovarono in Olanda un punto di riferimento per tutta l’Europa,
mentre Shakespeare è il prodotto della moderna Inghilterra.
La Scienza è 1600. Il Barocco è 1600. Entrambi si
costruiscono stabilendo una relazione più profonda di quanto sia stato fatto
finora. Spesso si è parlato di “rigore” come l’elemento che accomuna i due
fenomeni, ma la cosa appare, seppur forse vera,
decisamente forzata.
La Scienza Moderna introduce tre elementi del tutto nuovi
rispetto alla scienza che la precedette. Vediamoli.
1)Esiste una res cogitans che indaga, studia, interviene,
costruisce e smonta, individua separa ricompone. E’ il soggetto, il creatore,
colui che decide cosa vede, perché gli oggetti non sono scontati e universali e
solo la legge ha un valore assoluto. Questo soggetto in Cartesio non è
necessariamente lo scienziato, ma in Galileo e per il generarsi del sapere
scientifico quel soggetto è decisamente lo scienziato. Egli determina quale
realtà sottoporre alla sua lente, quali componenti di questa realtà meritano la
sua attenzione e anche il linguaggio che deve essere usato per studiare e
definire.
Lo scienziato diventa dunque il creatore di parole che
sanno dare valore alla sua ricerca in nome del sapere umano.
2)Esiste una res extensa che è l’oggetto di
quell’indagine. E’ il mondo, la realtà, la natura, l’uomo e tutto ciò che lo
circonda . Essa è scomponibile, anzi deve essere scomposta per poterla
analizzare meglio. A differenza di quanto andrà diffondendosi a partire dal
1800 la realtà viene qui vista come oggettiva e limitata, de-finita e
misurabile. Baudelaire invece in Corrispondenze scriverà che “E' un tempio la Natura ove viventi pilastri a
volte confuse parole mandano fuori; la attraversa l'uomo tra foreste di simboli
dagli occhi familiari.” Fino ad allora
non si metterà in discussione quanto proposto dalla Scienza Moderna anche
grazie ai suoi successi teorici e pratici; la Natura, la realtà, è -aveva
scritto Galileo- un libro e il suo alfabeto è la matematica, naturalmente la
matematica conosciuta e non a caso Galileo parla delle figure geometriche
euclidee. Galileo e gli altri intellettuali del ‘600 non hanno commesso errori,
ma hanno sviluppato positivamente quanto fino ad allora conosciuto, soprattutto
per merito dei matematici greci: non sono errori perché molte delle
acquisizioni realizzate funzionano egregiamente, ma funzionano all’interno di
una visione del mondo che non corrisponde più a quella che abbiamo oggi. Essa
era più semplice e aveva bisogno di presupporre una realtà chiusa, statica,
delimitata e definita: all’interno di essa, come dentro un campo recintato, si
comincia a osservare e misurare, identificare e trascrivere ciò che è sotto i
nostri occhi. La Scienza Moderna sa di essere solo all’inizio e pensa di poter
svolgere il suo lavoro sino al completamento, anche se ci vorranno secoli. In
effetti dal 1600 in poi si sono stabilite una serie di connessioni che hanno
portato ad allargare il quadro che la Scienza ha saputo illuminare, tanto che
nel 1800 il noto Marchese de Laplace, matematico e fisico, convintissimo
sostenitore dei presupposti culturali della Scienza Moderna creò il famoso
“demone” sostenendo che:
“Dobbiamo
dunque raffigurarci lo stato presente dell’universo come l’effetto del suo
stato anteriore, e come la causa di quello che seguirà. Un’intelligenza che per
un dato istante conoscesse tutte le forze da cui la natura è animata e la
situazione rispettiva degli esseri che la compongono, se d’altra parte fosse
così vasta da sottoporre questi dati all’analisi, abbraccerebbe in un’unica e
medesima formula i movimenti dei più grandi corpi dell’universo e quelli del
più lieve atomo: niente sarebbe incerto per essa, e l’avvenire, come il
passato, sarebbe presente ai suoi occhi. Lo spirito umano offre, nella
perfezione che ha saputo procurare all’Astronomia, una pallida immagine di
questa intelligenza. Le sue scoperte in Meccanica e in Geometria, aggiunte a quella
della gravitazione universale, l’hanno messo in grado di includere nelle
medesime espressioni analitiche gli stati passati e futuri del sistema del
mondo.”
Oggi
queste riflessioni hanno perso ogni valore anche se hanno pesato fino a non
molto tempo fa, ma ciò che interessa è il retroterra culturale che le rendeva
possibili e così torniamo alla nascita della Scienza Moderna. Non è un caso che
nel suo celebre saggio “Le discours de la méthode” Cartesio ponga questo
aspetto tra gli elementi decisivi del metodo scientifico. Egli parla di quattro
precetti, il secondo dei quali è “Diviser chacune des difficultés que
j’examinerais en autant de parcelles, qu’il se pourrait, et qu’il serait requis
pour les mieux resoudre (Ed. Librio, pag27)”; si tratta praticamente del
concetto oggi messo in discussione per cui “Il tutto è eguale alla somma
delle parti”. Il tutto, il mondo, la natura, è scomponibile nelle sue
parti. Il metodo richiede che si scenda dal complesso al più semplice, in modo
da separare gli elementi ultimi per poterli ricomporre e vedere dunque quali
sono le leggi che ne regolano il funzionamento.
3)La
comprensione del libro dell’universo, cioè del mondo, di cui parla Galileo ne Il
saggiatore, presuppone l’esistenza di Dio e di una realtà in qualche modo
limitata, almeno così sembra a prima vista. Solo una realtà che ha dei confini,
dei limiti può essere scomposta nelle sue parti e componenti. In realtà il
secondo dei due presupposti è solo una generica aspirazione, perché lo
scienziato da allora in poi agirà nell’indagine della natura come se questa
fosse qualcosa di aperto. Si presuppongono dei limiti, quali che siano e che
prima o poi incontreremo, ma in realtà ci muoviamo di volta in volta come se
questi limiti non esistessero; infatti lo scienziato delimita solo la parte che
affronta perché non conosce cosa lo aspetti oltre quel primo punto di arrivo. Ed
è così dunque che lo scienziato moderno presuppone una realtà limitata ma
agisce, e pensa, come se non esistessero limiti. In questo senso il pensiero
occidentale, che ha già superato l’atteggiamento comune a molte culture, quello
del mito, va ancora oltre: intanto ha accettato l’uomo nella relazione con Dio,
poi ha attribuito a Dio le basi di una perfetta conoscenza e ora si getta nel
mondo incognito che è attributo divino, l’assoluto e l’infinito.
Questi tre punti rappresentano le
premesse e le possibilità della Scienza Moderna, ma non solo della Scienza
Moderna, perché essi li ritroviamo anche nel Barocco e non sono aspetti secondari,
ma costitutivi del movimento artistico che incarna il Seicento.
1)L’artista
barocco, in particolar modo il poeta barocco, crea un linguaggio del tutto
nuovo, in cui la metafora diventa elemento determinante (Tesauro). Fino a
quando la scienza della complessità non ha riconosciuto che la metafora è un
elemento costitutivo del sapere scientifico, la metafora era vista solo come
artifizio retorico, come figura retorica, di quelle che si studiano a scuola.
E’ comprensibile dunque che un movimento che fa della metafora un importante
strumento venga svilito a orpello e soprammobile, soprattutto se alla metafora
si accompagna con spregiudicata sfrontatezza il fine della “meraviglia”
(Marino). Il punto che oggi possiamo comprendere meglio è che l’artista, come
lo scienziato, cercano di orientarsi nella realtà senza limitarsi a riprodurla
meccanicamente e in modo fotografico. La distanza appare incolmabile solo se si
continua ad avere una visione estetica della poesia, mentre se si comprende che
anche la poesia è creazione di realtà allora le due manifestazioni risultano
molto più vicine. Il filtro per poter andare in questa direzione ci viene
offerto proprio dalla Scienza della Complessità, ad esempio dal Premio Nobel
Prigogine che nel libro “La nuova alleanza” mostra come scienze della
natura e scienze umane si trovino alleate nella conoscenza-creazione della
realtà. Certo, se continuiamo a vedere la letteratura come quella cosa da
tenere nel comodino e da leggere prima di addormentarsi o come quell’insieme di
parole che ci procurano piacere, allora è chiaro che Scienza Moderna e Barocco
risultano essere agli antipodi.
[esempi]
2)L’attenzione
al mondo nelle sue componenti e nella sua particolarità è caratteristica
dell’arte barocca, che ci fornisce un quadro di osservazione sempre più ampio
della realtà nella quale siamo inseriti. La cosiddetta “Pittura di genere”
va nella direzione della descrizione di una realtà che la pittura in precedenza
aveva trascurato: immagini sacre vengono sostituite da quadretti di vita
quotidiana che non sono occasionali presentazioni di artisti importanti, ma al
contrario rappresentano il tessuto connettivo del secolo.
Mai il
popolo era stato così ben rappresentato come nel Seicento. Qualsiasi studente
ricorda “La bottega del macellaio” di Annibale Carracci oppure “Due
bambini che mangiano frutta” di Murillo oppure le numerose figure di
popolani dipinte da Ribera.
Lo
stesso va detto della “Natura morta” che abbraccia soggetti tra i più
svariati della vita reale quotidiana: abbiamo i cestini di frutta in cui si
cimentò anche Caravaggio, gli strumenti musicali che interessarono i pittori di
tutta l’Europa, la verdura, la selvaggina e tantissimi altri elementi che
contribuiscono alla composizione della realtà
Non è
però solo merito della pittura, perché anche la poesia si sbizzarrisce in
questo tipo di produzione. Chi non ricorda il pettine che solca i capelli di
una bella donna o l’orologio da rote di Ciro di Pers o ancora la pulce sulle
poppe femminili di Artale. Lo stesso Marino dedicò nell’Adone alcune strofe a
Galileo e al telescopio, descritto minuziosamente in versi o i Cedri fantastici
di Giacomo Lubrano.
La metafora
in questo senso assume un ruolo più importante della dimensione estetica
diventando uno strumento di scavo e ricerca completamente nuovo e mai così
insistito. La similitudine aveva caratterizzato la letteratura precedente ed
era un modo per abituare il lettore a dei confronti, dei paragoni, delle
somiglianze; la metafora stabilisce un legame più diretto tra i due mondi a cui
si fa riferimento e ciò che colpisce è la maggiore immediatezza di quella
relazione. Per molti la metafora è solo una similitudine senza il “come” a fare
da collegamento e in parte è vero, ma non è cosa di poco conto, perché la
metafora permette di rompere la rigida separazione tra i due mondi che mi
interessano. Dire che il pettine è come una nave lascia separati i capelli dal
mare, ma dire il pettine è una nave fa sì che i capelli e il mare trovino un
maggiore punto di contatto. Questo fatto è importante perché rompendo la
rigidità della relazione tra due mondi apre la strada a quella che sarà, un
paio di secoli dopo, il passaggio alla vera novità che è rappresentata
dall’analogia (o Corrispondenze o correlativo oggettivo o simbolo o “pensiero
che uncina il pensiero e che tira”).
3)Il
Barocco, come la Scienza Moderna, scende nel particolare ma ha il senso
dell’infinito. Certo non è l’infinito che dominerà la scena a partire dal 1800,
ma è qualcosa che rompe la staticità dei secoli precedenti. Da un lato esso
riproduce i trionfi della Chiesa con riferimenti all’assoluto cristiano, ma non
si ferma qui. Innanzitutto è il tema della morte che irrompe nell’arte barocca,
un tema che va oltre l’aldilà cristiano e oltre il necessario compimento
dell’esistenza degli uomini, come era stato nei secoli precedenti. In realtà
dietro e dentro questo tema si ritrovano diversi aspetti, il principale dei
quali è il tempo con i riferimenti alla caducità della vita terrena e dunque al
senso dell’esistenza. Dio è presente e rimane la luce dell’orizzonte ma non è
più sufficiente alle inquietudini dell’uomo seicentesco, turbamenti che nascono
dalla insoddisfazione per le certezze ultraterrene del Medioevo e per quelle
terrene del Rinascimento: né le prime né le seconde soddisfano e dunque occorre
convivere con tutto ciò, una convivenza che, nel momento in cui non si può scegliere
né il qua né il là, è provvista di senso solo se ha come orizzonte l’infinito,
quell’entità che comincia a emergere e imporsi in misura crescente sia nelle
scienze umane sia nelle scienze fisiche, dove cresce il numero di studiosi che
cercano di approfondire quel concetto (da Keplero a Fermat a Leibniz).
Nella
pittura il tema è espresso dalla presenza del libro, della clessidra, del
teschio, mentre in poesia si cerca di sondare i diversi mondi che collegano a
quell’universo così astratto ma sempre più necessario. Il Paradiso e l’Inferno
rimangono nella fede delle persone, che però sentono il bisogno di spostare su
altri piani il piacere e la sofferenza che angeli e diavoli potevano rappresentare
per la semplicità delle persone dei secoli andati. Ed è in poesia che troviamo
i versi più interessanti dove forma e contenuto, parole e immagini si
incontrano per suggerirci una disposizione nuova. Ne troviamo espressione nella
moderna Inghilterra di Shakespeare come nell’arretrata Spagna a dimostrazione
che la sensibilità barocca va al di là, molto al di là di facili determinismi
socio-economici.
I
Sonetti del poeta inglese che parlano della morte sono numerosi. Ecco alcuni
versi:
…
allora il pensiero di
questa precaria vita
ti presenta agli
occhi miei, ricco di giovinezza,
mentre il Tempo
distruttore cospira con la Morte
per cambiare il tuo
fresco giorno in fetida notte:
ed in piena guerra
col Tempo, per amor tuo,
come esso ti strappa,
io ti ripianto ancora. (Sonetto 13)
O il
sonetto 12:
“Quando conto i rintocchi che dicono l’ora,
e vedo il giorno radioso caduto in orrida notte
quando contemplo delle viole ormai vizze,
o riccioli bruni tutti sbiancati d’argento:
quando spogli rivedo quegli alberi immensi
che al gregge un tempo furon schermo alla calura,
e il verde dell’estate, ormai cinto in covoni
portato sulla bara, irto di bianco e ispido pelo;
io penso allora al destino della tua bellezza,
chè tu pure ne andrai tra i rifiuti del tempo,
poi che le cose piùdolci e belle tradiscon se
stesse,
e muoiono repente come altre ne sbocciano intorno:
e niente potrà far difesa contro la falce del
Tempo,
fuor da una prole, che lo sfidi quand’ei venga a
rapirti!
Gongora:
“…
Godi collo, capello, labbro e fronte
Prima che quanto fu in tua età dorata
Oro, giglio, garofano, cristallo,
non solo in argento o tronca viola
si volga,ma tu insieme decada
in terra, fumo, polvere, ombra, nulla.”
Quevedo:
“Gli occhi miei potrà chiudere l’estrema
Ombra che a me verrà col bianco giorno;
e l’anima slegar dal suo soggiorno
un’ora, dei miei affanni più sollecita;
ma non da questa parte della sponda
lascerà la memoria dove ardeva;
nuotar sa la mia fiamma in gelida onda,
eandar contro la legge più severa.
Un’anima che ha avuto un dio per carcere,
vene che a tanto fuoco han dato umore,
midollo che è gloriosamente arso,
il corpo lasceranno, non l’ardore;
anche in cenere avranno un sentimento;
saran terra, ma terra innamorata
Sono
solo alcune tracce lasciate dalla poesia del Seicento, ma il panorama è
vastissimo e coinvolge anche figure femminili religiose, come la messicana Suor
Inès de la Cruz, in cui la relazione tra amore e Dio e gioia e sofferenza e
vita e morte è possibile solo prospettando nuovi orizzonti.
Ho
cercato nelle pagine precedenti di spiegare come la Scienza Moderna e il
Barocco, nonostante i differenti campi di intervento, esprimano una comune
sensibilità e una visione del tutto nuove. Credo che non si debba più
enfatizzare le diversità che caratterizzano questi due fenomeni, diversità che
certamente esistono ma che sono dei dettagli rispetto al grande salto che hanno
permesso portando a un livello più alto il livello di complessità che
caratterizza il Seicento. Questa maggiore complessità è probabilmente legata a
una maggiore partecipazione individuale e popolare, a un maggiore protagonismo
dei soggetti della scala sociale. Ancora una volta occorre comprendere come la
complessità sia l’unico parametro utile a entrare dentro i fenomeni sociali in
evoluzione. Il Medioevo non è più l’insieme dei secoli bui così come il
Rinascimento non rappresenta un punto particolarmente alto cui riferirsi. L’evoluzione
storica delle società e delle culture comporta sempre un ritorno indietro e un
procedere nuovo, comporta la metabolizzazione e distillazione del passato
perché nuovi prodotti germoglino e diano vita a nuovi frutti. Gli hub, cioè i
nodi, della rete medievale e rinascimentale erano limitati e di conseguenza le
relazioni tra di loro erano ridotte, di numero e di qualità. Tra la seconda
metà del Cinquecento e il Seicento questi nodi sono cresciuti notevolmente con
il protagonismo di nuove città e di nuove regioni, mentre le campagne che in
precedenza erano fuori quasi del tutto da quelle relazioni assistono a una rivitalizzazione,
a uno sviluppo. Alcune città non crescono in complessità mentre altre si
espandono portando nella rete nuovi soggetti e nuove figure sociali: il quadro
delle relazioni sociali si è fatto più complesso, mentre nuove stabili e
consistenti relazioni si stabiliscono tra i vecchi paesi del continente europeo
e i continenti americano e asiatico. La cultura dei secoli precedenti era una
cultura rigidamente di élite che coinvolgeva un numero ristretto di
intellettuali, ristretto ma potente e straordinario. Nel Seicento si assiste a
una maggiore presenza popolare anche a livello culturale e un riconoscimento in
tal senso va fatto sia alla Chiesa Controriformista sia allo sviluppo
scientifico: nel primo caso con l’attenzione dedicata all’alfabetizzazione e
nel secondo con lo sviluppo di botteghe artigianali legate alle nuove esigenze
della tecnica e della scienza.
Ci
troviamo di fronte dunque a un fenomeno estremamente confuso, come sempre
avviene nell’evoluzione storica, difficilmente riconducibile e riducibile a
particelle semplici: crescono i legami e cresce l’intensità dei flussi che
attraversano questi legami. Tutto ciò non vuol dire che il Seicento fosse il
secolo benedetto, ma solo che non si può leggere questo secolo usando gli
stessi criteri usati per i quattro precedenti. Maggiore complessità sociale e
culturale obbliga non solo a maggiori attenzioni e maggiori compiti, ma anche a
compiti ed attenzioni di nuovo tipo.
La
Scienza Moderna lo fece a modo suo e in quello che riteneva il suo campo
d’intervento.
Lo
stesso fece il Barocco.
Entrambi
si posero il problema del senso della vita, un senso che non si esaurisce nelle
dinamiche materiali, un senso che non si esaurisce con la fede nel Paradiso.
Da
allora il senso della vita diventa l’elemento centrale dell’esistenza umana.



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