Dante Alighieri e dintorni
Complessità medievale





Chi non conosce Dante Alighieri, il sommo poeta, il cantore del viaggio dell’uomo verso Dio? La sua grandezza è riconosciuta ovunque, non tanto per una ipotetica bellezza dei versi, quanto per la forza con cui riesce ad affrontare ed esprimere la complessità dell’essere umano. A parte quei musulmani radicali che vorrebbero distruggere l’opera di Dante perché ha messo all’Inferno Maometto, i suoi lettori sono tantissimi. Non è facile rendere in altre lingue le tre Cantiche, eppure molti sono stati i poeti che si sono cimentati nel tentativo di dare a tutti la possibilità di entrare in contatto con l’arte dantesca: secondo dati ufficiali si parla di ben 58 traduzioni in lingue di ogni continente.

In Italia, paese dell’ideologia permanente, la fortuna di Dante negli ultimi 50 anni è stata fortemente condizionata da mode che di culturale hanno poco sia che si trattasse di rifiuto sia che si rasentasse l’apologia.

Negli anni ’70 del secolo scorso la scuola italiana ha cominciato a de-dantizzarsi, inventandosi qualsiasi mezzo per abolirne lo studio. La lettura di alcuni Canti del Paradiso da portare agli Esami di Stato è sempre stata più erosa col passare degli anni e sostituita da un autore del Novecento: con la connivenza e la codardia del Ministero e delle classi dirigenti. Per andare incontro all’onda sessantottina si sposava, anche da parte di ministri democristiani, la pretesa motivazione che Dante era troppo vecchio e apparteneva a un universo superato, mentre l’anticlericalismo non nuovo ma diffuso dai moti studenteschi spingeva ancor di più all’abbandono di un’opera che veniva presentata come il trionfo del Cristianesimo.

Nonostante si sia affievolito, lo spirito del ’68 ha ripreso vigore alla fine del secolo attraverso una trans-formazione radicale: le donne andavano in moto e amavano calcio e calciatori, i maschi riconoscevano i loro peccati di genere, la moda si faceva conformista nella trasgressione e tutto e il contrario di tutto veniva riconosciuto valido grazie a sempre nuove forme di relativismo culturale. Cresceva il numero di scrittori e poeti, mentre calava abbondantemente il numero dei lettori, e la scuola garantiva il successo formativo dei propri studenti. In questo quadro in cui tutto è ammesso e trova un suo spazio Dante è tornato alla ribalta, ma non grazie ai suoi lettori cresciuti nel numero e nell’interesse (d’altra parte visto l’abbandono di Dante da parte della scuola sarebbe stato arduo che ciò avvenisse). Il revival dantesco si è verificato grazie alla recita teatrale, che ha ipnotizzato intere masse che venivano battezzate e si sentivano più colte, moderne e alla moda per aver ascoltato la recita di tutti i 100 canti. Sappiamo che l’ascolto di una canzone e finanche di una poesia è sufficiente a suscitare negli individui del pubblico sia una riflessione sia la tanto declamata emozione. Sappiamo che una commedia o un dramma teatrale lasciano qualcosa nello spettatore per merito del filo conduttore della narrazione, anche se talvolta persino un film occorre rivederlo almeno un’altra volta per stabilire un contatto. Figurarsi l’ascolto di tutti quei versi, anche se dilazionati e spiegati a grandi linee, che cosa possono lasciare; soprattutto se -come dimostrato dalle indagini internazionali- più del 50 % degli italiani ha problemi nella comprensione di un testo, mentre è noto che la scuola italiana (e non solo) lasci negli studenti che si diplomano poche e generiche conoscenze.

Si dirà che è sempre meglio ascoltare Dante che ascoltare le barzellette su Youtube e si potrebbe essere d’accordo, ma nel secondo caso il pubblico è protagonista (nell’identificarsi o nel rifiutare), mentre nel primo caso si completa la finzione con cui ci siamo costruiti e con cui amiamo rappresentarci. Non è infatti un caso che questa aria di gente colta sia andata e vada di pari passo con un nuovo dogma che ha sviluppato l’autostima fantasiosa dell’homo italicus: “Uno vale uno”.

Mi scuso per questa premessa, ma era doverosa sia perché nei miei primi anni di insegnamento facevo parte dell’onda sia perché la lettura di Dante richiede uno sforzo non indifferente dal momento che mette in gioco un universo storicamente determinato (quello medievale) e lo fa dialogare con quello di cui ognuno di noi è espressione. Non occorre essere dantisti o critici letterari, ma avere la voglia (più della capacità) di allargare i nostri orizzonti, evitando la ennesima catalogazione superficiale, a cui l’ideologia ci ha educati.



Prima di iniziare un contatto più stretto ritengo importante citare una serie di fatti che aiutino a conoscere l’autore e la sua opera; si tratta di fatti noti probabilmente a tutti, ma mi servono per non dilungarmi troppo successivamente su aspetti che ritengo secondari e allo stesso tempo per fornire un quadro di riferimento che faciliti la lettura successiva.

Dante si innamorò di Beatrice pur essendo sposato a Gemma Donati: era una nuova idea dell’amore e nessuna trasgressione.

Dante si occupò di politica e ne subì le conseguenze con l’esilio in una Italia dilaniata dal conflitto tra Guelfi e Ghibellini e poi tra Guelfi bianchi e Guelfi neri. Grazie alla sua fama riuscì a trovare ospitalità presso alcune importanti Corti.

Dante scrisse opere in latino e in volgare (italiano), in prosa e in poesia. Le opere in prosa sono soprattutto dei Trattati dottrinali, cioè dei saggi, in cui espone la sua visione sia filosofica sia su temi particolari. Sono famosi il De vulgari eloquentia in cui sostiene l’importanza del volgare e il De monarchia in cui esprime la sua idea politica, riassunta nella Teoria dei due Soli: essendo l’uomo sia corpo sia anima, egli ha bisogno di due guide che lo illuminino, l’Imperatore per il corpo e il Papa per l’anima. Tenuto conto del periodo, va rilevato che anticipa di almeno 500 anni la celebre frase di Cavour “Libera Chiesa in libero Stato”; naturalmente non è la stessa cosa, ma non è neppure molto lontana.

In versi Dante non scrisse solo la Divina Commedia, ma molte Rime e soprattutto gran parte della Vita Nova, la vita rinnovata dall’amore per Beatrice.

In campo filosofico il suo universo si muove all’interno della filosofia tomista, quella di San Tommaso, una filosofia di derivazione aristotelica rielaborata in chiave cristiana: a questo proposito si parla di naturalismo nel senso che la realtà si presenta in termini oggettivi, da cui discende l’esigenza di studiarla in tutti i suoi aspetti per cui la società, e la politica, svolgono un ruolo molto più importante dell’individuo.

Di Dante sappiamo molto, tenuto conto della comunicazione nel Medioevo, anche perché era un uomo importante e lui lo sapeva; era orgoglioso, quasi superbo, ma anche “giusto” nel senso che allora si dava a questa parola, un uomo di princìpi e di virtù.

Religioso, ma anche equilibrato, non ebbe problemi a mettere Papa Bonifacio VIII all’Inferno e chiamare “vile” il suo predecessore, un francescano che gli aveva aperto la strada.

Impegnato civilmente, fu priore, e pagò per tutta la vita quel senso di giustizia in cui si riconosceva; fuggì e fu condannato a morte, pena che sarebbe stata eseguita se fosse rientrato a Firenze, ma non rinunciò mai a sostenere le sue idee, dando loro forma poetica.

Stimava la nobiltà da cui proveniva e criticava i nuovi arrivati, ma la divisione sociale non era per lui un pregiudizio e un criterio di valutazione, perché la virtù e il valore si misuravano su altri contesti.



Questo velocissimo riassunto di fatti noti è solo un modesto elenco per ricordare alcuni riferimenti. Esso non ha grande valore rispetto al percorso che voglio intraprendere. Come anticipato nella presentazione di questo Corso, intendo parlare di autori e di opere che sono stati capaci, e lo sono tuttora, di allargare i nostri orizzonti e soprattutto di farci comprendere la complessità della persona umana. Non sto parlando di contraddizioni, del tipo Mussolini prima era socialista e poi fascista oppure Calvino cominciò come neorealista: queste sono evoluzioni. In questo mio Corso cerco di mostrare come la poesia, e la letteratura in generale, abbiano saputo mostrare i molteplici lati che caratterizzano, com-pongono, con-formano l’essere umano. Come la scienza del XX secolo ci sta fornendo strumenti importanti di conoscenza della realtà, superando la visione oggettiva e deterministica della scienza classica, così la letteratura ha fatto la stessa cosa praticamente dalle origini, ma in modo più specifico e puntuale a partire dal secondo millennio.

In questo senso Dante è una stazione obbligata.

A me interessano i suoi versi e dunque Vita Nova e Commedia. Nel passaggio dalla prima alla seconda opera Beatrice cessa di essere donna simile ad angelo e diventa angelo essa stessa. Tutti sanno che la Commedia deve essere letta in almeno due maniere, letterale e allegorico. Da un lato assistiamo alla narrazione di un viaggio molto particolare attraverso tre mondi con la presenza di tanti personaggi e di un solo viaggiatore; in questo senso seguiamo i passi di Dante, i suoi tremori, la sua rabbia, le sue preghiere, le sue simpatie, i suoi affetti fino alla visione di Dio, della quale gli rimangono solo le cicatrici. Da un altro lato però questo viaggio è il viaggio che deve fare il credente se vuole approdare alla salvezza dell’anima; in questo senso non sono importanti i singoli personaggi e le singole situazioni, ma ciò che essi rappresentano e che hanno animato per secoli la discussione fra i numerosi lettori, per cui Virgilio è la ragione, Beatrice la fede, le tre bestie sono tre peccati e così via. Intanto va detto che se ci limitassimo a una lettura fatta secondo questi canoni la Divina Commedia si trasformerebbe in una Settimana Enigmistica estremamente colta, per cui ci interesserebbe poco e solo dal punto di vista dell’erudizione; in questo caso potremmo alla fine anche concordare con il poeta francese Lamartine che scrisse che la Commedia era solo una Gazzetta fiorentina.

Intanto dovremmo avere la capacità di saper mescolare i due mondi con cui Dante ci invita a leggere l’opera (ce lo dice nella famosa Epistola a Cangrande della Scala), cogliendo il poeta come la figura dell’essere umano e allo stesso tempo come il proprio Dante Alighieri: leggere ad esempio l’incontro con Virgilio e capire che è lo strumento fondamentale degli uomini, cioè la ragione, e improvvisamente perdersi e confondersi, vedendo due persone che si stimano e provano affetto reciproco, sovrapponendo ed estinguendo un piano sull’altro: ecco questo è un modo che ci permette di entrare non solo nel poeta e nel suo mondo ma anche di cominciare a fare i conti con noi stessi. Ci perdiamo e ci confondiamo in continuazione, cerchiamo di districarci fra i diversi piani in cui la nostra esistenza è gettata, vorremmo ridurre la molteplicità in unità, esaltiamo la coerenza e la fedeltà: crediamo che i nostri difetti siano corruttivi di una supposta unità e così viviamo distruggendo in continuazione parti importanti che costituiscono la complessità della nostra persona.



Ma procediamo con ordine, iniziando da La vita nova.

Qui non mi importa ricostruire la genesi dell’opera né analizzare la sua struttura né procedere a riferimenti storico-biografici; voglio invece cercare di spostare dentro di me i versi del poeta e vedere cosa succede. I riferimenti esterni servono solo a questo compito.

Come sappiamo La vita nova è un’opera stilnovista. Il Dolce Stilnovo è principalmente una nuova concezione della vita che si esprime meglio attraverso la poesia. I suoi fondamenti (come ci ricorda il manifesto di Guinizelli “Al cor gentil rempaira sempre amore”) sono tre: 1) solo chi ha un animo nobile può amare; 2) la nobiltà d’animo non dipende dalla famiglia; 3) la donna è come un angelo, annunciatore di Dio.

Non sono né semplici opinioni né anodine dichiarazioni, ma qualcosa che lascerà il segno nel corso dei secoli e di cui la nostra anima è impregnata. Dante articola nei diversi passi questo discorso, ma in un sonetto particolare egli traduce in poesia e grazie alla poesia quanto nel Manifesto emergeva soprattutto sul piano teorico.

La poesia è, naturalmente, il sonetto “Tanto gentile e tanto onesta pare”.

Qui Dante parla di Beatrice, ma, contrariamente a quello che spesso si pensa, Beatrice è proiezione e strumento di Amore: non è Lei il centro, il nodo, l’hub, bensì l’Amore. Può darsi che Dante si fosse limitato semplicemente a una lode, ma di fatto è andato oltre influenzando anche il lettore che mille anni dopo si trova davanti quei 14 versi: naturalmente se il lettore lo vuole.

Beatrice è una donna, non è un angelo; è la donna che l’Amore Novo ha scelto grazie a Dante che cerca di coglierne lo spirito: in realtà, da allora fino ad oggi, quello spirito proviene dal poeta che cerca di trasferirlo a quella donna che storicamente è Beatrice. E’ una donna che è inserita in una dimensione concreta: essa cammina per la strada, saluta, le si vede il volto e in particolare gli occhi, ma ciò che suscita non è un’eccitazione catulliana, bensì qualcosa di diverso: gentilezza, pienezza, umiltà, dolcezza, soavità e infine sospiri. Ma l’effetto dell’amore non si ferma qui, perché ciò che provoca è un miracolo, l’incontro con ciò che il cielo rappresenta, cioè Dio, cioè l’assoluto. Inizia la lunga storia dell’amore moderno, quello che da Firenze si è andato estendendo in tutti gli angoli del globo terracqueo. L’amore di cui si parla nella poesia è l’universo spirituale di Dante, non di Beatrice. Da allora continuiamo a prendere a pretesto del nostro sentire la figura femminile e ne cantiamo la bellezza, ne celebriamo lo spirito, scriviamo opere a lei dedicate, ci nascondiamo e nascondiamo tutto quello che disturba la visione. La complessità dell’essere umano ha fatto sì che irrompessero sulla scena della vita molte cose che superano la materialità dell’esistenza e per la prima volta spirito e corpo non si trovano contrapposti a cercare di piantare la propria bandiera sul territorio altrui. Per la prima volta spirito e corpo riescono a convivere: dagli occhi al cuore al cielo. Come spesso succede abbiamo bisogno di creare un’immagine per l’incapacità di guardarsi dentro e fare i conti con noi stessi: Beatrice non ci ha lasciato traccia di come abbia vissuto quel sentimento e giustamente, perché lei è in realtà Dante che vuol parlare di un sentimento, l’amore novo, che lo caratterizza e lo divora. Non c’entrano né il maschilismo né la superbia del poeta: la letteratura ha trovato un nuovo modo di approfondire la conoscenza di sé e da allora non si è mai fermata. Dalla letteratura alla vita sociale, dal poeta a ognuno di noi: quando parliamo di amore cerchiamo l’anima dell’altro, ma l’unico strumento a nostra disposizione siamo noi stessi e per questo ci specchiamo nella persona che abbiamo deciso di catturare. La lodiamo, la vediamo in modo angelico e ci convinciamo che lei sia veramente così, ci convinciamo di essere stati i primi a coglierne l’essenza, la vera essenza; fingiamo di non vedere le differenze, ci esaltiamo e continuiamo per la nostra strada finché quelle differenze impongono il proprio potere e così la frattura, che era già nell’incontro, si materializza. Non intendo qui sviluppare questo aspetto che ho affrontato altrove e più volte. Mi preme qui mettere in evidenza come il sonetto di Dante, che non è l’unica poesia (né sua né di altri) che parla del Novo Amore, rappresenti un punto fermo, anzi il punto fermo di una nuova concezione dell’amore che pochi decenni dopo Petrarca svilupperà, anche lui arricchendo la prospettiva e chiarendo l’orizzonte.

Non solo, ma si tratta di sottolineare l’importanza di un metodo che permetterà alla poesia di illuminare ambiti di realtà precedentemente oscuri, avendo contemporaneamente la capacità di creare realtà, anticipando acquisizioni epistemologiche che risulteranno dominanti solo a partire dal secolo scorso.

Dante è l’Amore Novo ma è molto di più, e la Commedia, che da Boccaccio in poi verrà chiamata Divina, è lì a parlarci. Ci parla per come ognuno di noi vuole ascoltarla. A me dice molto di più della geometria delle Cantiche, dei Canti e dei versi, molto di più dei riferimenti storici e letterari, molto di più della filosofia che soggiace ad ogni verso, molto di più dello spirito religioso, umile ma anche superbo a tal punto di aver avuto la presunzione di un incontro con Dio. A me dice molto di più da quando mi sono avvicinato alle tematiche della complessità: è grazie a queste che ho potuto individuare un legame tra la poesia moderna e la scienza contemporanea. In questo senso ho parlato di anticipo della poesia. Fatto questo passo mi sono chiesto che ne era della letteratura antecedente al 1857 ed ecco che ho potuto entrare in modo nuovo dentro gli autori che conoscevo, ma con i quali non riuscivo a dialogare. Ecco dunque che anche Dante, che al Concorso per diventare docente avevo arrogantemente bandito, anche Dante riusciva a parlarmi. Ero cambiato io, ma non nel senso di una crescita in termini di comune maturità, bensì grazie alle nuove lenti di cui mi ero provvisto.



Vediamo dunque questo Dante.

Devo premettere che accanto al mondo della complessità un ruolo importante lo ha avuto Borges, grazie ai suoi Ensayos dantescos, che mi hanno permesso di scoprire nuovi orizzonti. Armato di Complessità e Borges mi sono trovato a rileggere le parole di Dante e a trarne un fertile insegnamento: conoscere e costruire vanno di pari passo, ci ricordano i biologi Maturana e Varela. Ho sempre pensato che la parola non fosse un semplice vestito, un modo di chiamare le cose e che invece la parola fosse immediatamente vita e che compito di ognuno di noi, ma soprattutto di quei noi che si sentono poeti, consiste nell’assumerci la responsabilità delle parole che usiamo.

Dante ha sviluppato questo aspetto.



Prendiamo il Canto V dell’Inferno con l’episodio di Paolo e Francesca. La storia è ben nota e noto è anche il destino che Dante ha deciso per i due giovani: Inferno, cerchio II (il primo vero), lussuriosi puniti con la bufera che non si ferma mai. Dante in realtà punisce “i peccator carnali,/ che la ragion sommettono al talento.” ,  cioè coloro che non hanno saputo frenare i loro desideri carnali facendoli dominare sulla ragione. Tra i tanti peccator carnali troviamo Paolo Malatesta e Francesca da Rimini, presi dalla passione nonostante Francesca fosse donna sposata, per giunta con il fratello di Paolo.

Il Canto, o meglio la parte relativa ai due amanti, assume un valore particolare che ci aiuta a comprendere l’importanza della parola e della poesia nel rapporto tra chi scrive e ciò che scrive: questo rapporto è caratterizzato dal “come”. Troppo spesso la letteratura è colta dal punto di vista del “cosa”, lasciando il “come” a semplice appendice stilistica e troppo spesso è presentata dal punto di vista del contenuto riducendo la forma a un godimento estetico: è per questa via che l’ideologia si introduce e corrompe la lettura.

Dante condanna e non condanna Paolo e Francesca. Li condanna, e non può fare altrimenti, perché la lussuria è un peccato grave e in più ha distrutto un sacro matrimonio. Non può fare altrimenti da un punto di vista teologico e strettamente religioso, ma da un punto di vista umano Dante riesce ad assolverli, a dimostrazione che la persona è qualcosa di complesso, espressione di aspetti molteplici che includono anche il sentimento religioso ma ad esso non si riducono. Com-plesso, cioè tessuto insieme; trama e ordito, pur così differenti, convivono non uno contro l’altro ma uno grazie all’altro. Da questo semplice episodio si possono cogliere le potenzialità di una religione come quella cristiana che seppe e saprà accogliere dentro i propri orizzonti sentimenti come la pietà e il perdono: sentimenti non giuridici ma capaci di conformare la persona.

Vediamo attraverso quali strumenti e quali “come” Dante riesce ad assolverli. Il Canto inizia con la figura orribile di Minosse che ringhia e prosegue con le anime che bestemmiano per mezzo di “strida, compianto, lamento”. Ambiente di dolore, eterno, cupo. Nonostante questo clima di disperazione l’episodio è caratterizzato da qualcosa di profondamente diverso.

Dante vuol parlare “volontieri” con quei due che si mostrano “leggieri”. Subito dopo ecco la similitudine che collide con il clima infernale: Paolo e Francesca sono paragonati a ”colombe” che volano verso il “dolce nido”. Anche le loro parole mostrano un animo ben poco infernale rivolgendosi a Dante con dolcezza, chiamandolo “animal grazioso e benigno”. Nel presentarsi Dante usa tre terzine che iniziano tutte con una parola che non si addice all’Inferno, amore; non solo ma attribuisce ai due le caratteristiche evidenziate dallo Stilnovo: solo chi ha un cuore gentile può provare amore e ricordiamo che chi ha il cor gentile si presenta per mostrare miracolo, ambasciatore di Dio. Dante prosegue e si addolora per la sorte dei due amanti tanto da chinare il viso e tenerlo basso per poi parlare dei loro “dolci pensieri”, dei loro “martiri” che lo spingono “triste e pio a lagrimar”. E quando Dante chiede di come scoprirono il loro amore, il quadro è triste per la conclusione ma felice per il bacio e per l’incontro che ricorda un altro celebre incontro, quello tra Lancillotto e Ginevra.

Dante è talmente preso dal loro amore e travolto da un forte sentimento di pietà che non resiste e sviene.

Come si vede, da un lato abbiamo la dinamica narrativa che introduce Dante nel vero Inferno, dopo la parentesi del Limbo, abbiamo l’elenco di alcuni lussuriosi famosi, abbiamo la descrizione della pena (il famoso contrappasso, in questo caso per somiglianza) e abbiamo la storia dei personaggi principali. Per quanto l’aspetto narrativo rappresenti il filo conduttore della storia e dunque del viaggio, esso rappresenta solo un itinerario materiale, quello che dispiacque a Lamartine, ma non possiamo fermarci lì. Non è neppure questione di alta sapienza poetica: similitudini, vari tipi di metafore, anafore e tutto (o quasi) l’armamentario della retorica; la padronanza perfetta della terzina e della rima, modulate in un modo che difficilmente risulta fallace; la conoscenza linguistica estremamente ampia, basi culturali, filosofiche e non, di qualità. Tutto questo è poesia in un senso erudito, ma oggi può solo stupirci e affinare la nostra curiosità.

La poesia moderna è invece epifania, è costruzione, è creazione ed è in questo senso che Dante ci nutre. Non tutti i Canti, non tutti gli episodi della Divina Commedia riescono ad allargare i nostri orizzonti, ma quello di Paolo e Francesca ci mostra in modo chiaro come la poesia sappia portare alla luce aspetti non sempre visibili dell’essere umano, riuscendo ad abituarci alla complessità della persona, senza drammatiche fughe o definitive condanne.



In questa sede non ho intenzione di passare in rassegna tutti gli episodi che aiutano la comprensione della complessità, ma solo alcuni che ritengo esemplari. Dopo Paolo e Francesca passo ad Ulisse. Ottavo cerchio, ottava bolgia. Consiglieri fraudolenti. Chi non ricorda il cavallo di Troia? Chi non ricorda le avventure narrate da Omero nell’Odissea, un poema tutto a lui dedicato? Eroe greco audace, coraggioso e sinonimo dell’astuzia, ha lasciato nella letteratura tracce indelebili, essendo stato ripreso più e più volte in modo sia letterale sia metaforico. Qui non mi interessa parlare di Ulisse, ma dell’Ulisse dantesco, cioè ancora una volta di Dante e di come il poeta usa la parola e il verso. L’approccio alla fiamma è come sempre preparato da immagini e situazioni interessanti che parlano di fuoco: da l’ottava bolgia “di tante fiamme tutta risplendea” a “dentro da lor fiamma si geme” e “foco diviso” e “faville” e “fiamma cornuta” tutto fornisce una cornice, o meglio uno sfondo, pittorico e quasi plastico. Il senso del Canto che a me interessa sta invece nel racconto che Ulisse fa perché Dante si sente Ulisse a 360° con le contraddizioni che emergono ma che rendono la figura di Dante ancora più interessante, perché più complessa.

Ulisse è pagano, ma Dante è Cristiano; Ulisse appartiene al mondo classico, Dante a quello moderno. E Dante si sente profondamente sia Ulisse sia uomo moderno. C’è un punto che accomuna i due uomini e che può essere considerato la base della civiltà: l’ardire di conoscere e fare esperienza del mondo, dei vizi e del valore degli uomini. Questo ardire è l’essenza dello sviluppo dell’umanità, tanto da superare persino gli affetti più intimi, per il padre il figlio la moglie, e da Ulisse attraverso Dante arriva fino ai giorni nostri mostrando il profondo significato del termine “cultura” ovvero coltivazione, qualcosa che si riproduce costantemente. Il senso è espresso in modo preciso nella celebre terzina:

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.

La virtù, il valore e la conoscenza vanno di pari passo. Se riflettiamo un attimo, per secoli abbiamo creduto che prima venisse la teoria e poi la pratica, prima la conoscenza e poi il cambiamento della realtà. Solo da pochi decenni la biologia tramite Maturana e Varela hanno spiegato che conoscere è creare e creare è conoscere; nel verso di Dante c’è tutta una prospettiva di cui ci rendiamo conto pienamente solo ora. Dante ci fornisce anche qualcosa di più. Diversamente da un’attitudine culturale e filosofica, il poeta ci pone in una prospettiva costruttiva e culturale complessa che va al di là della dialettica degli opposti. Dante cristiano e Ulisse pagano non si contrappongono ma uno convive con l’altro, perché Dante non nega Ulisse ma lo incorpora. Solo una visione superficiale porterebbe Dante a negare Ulisse in quanto pagano: certo il paganesimo è agli antipodi del Cristianesimo, che è la Verità, come non si mancherà di ripetere fino al secolo scorso, ma ciò non vuol dire che non abbiamo da imparare. La grande lezione di Sant’Agostino, di San Tommaso e di tutto il Medioevo è proprio questa. Nella realtà materiale l’opposizione sarà spesso netta, ma non in letteratura. Così Dante è Ulisse e allo stesso tempo è qualcosa di più di Ulisse; sarà proprio nel Canto dedicato all’eroe greco che Dante rivelerà il senso che vuol dare alla sua esistenza. Come Ulisse anche il poeta fiorentino sarà costretto a peregrinare senza più tornare nella sua cara Firenze, ma il vero viaggio di Dante è quello nelle parole, nei versi, nella sua poesia. Come Ulisse anche Dante fece “de’ remi ali al folle volo”. Si può dire di tutto e tutto è stato detto sul senso di questo “folle volo” e tutti hanno ragione: folle è il volo di un pagano di oltrepassare le Colonne d’Ercole, folle è il volo verso la montagna del Purgatorio per Ulisse, ma folle non è questo volo se, come nel caso di Dante, c’è una volontà superiore ad accompagnarlo. Eppure tutto ciò risulta riduttivo, se invece torniamo alla “virtù e canoscenza” del verso precedente. La virtù e la conoscenza esprimono la follia di un viaggio che non potrà esaurirsi e che non si esaurirà mai: è su questo piano che anche nel Canto XXVI la poesia riesce a far vivere due realtà apparentemente in contrasto. Ulisse è all’Inferno, perché dovendo fissare i chiodi, è lì che deve stare, ma Dante non è Dio e non può limitarsi a questo, Dante è un poeta e come tale può far morire il suo eroe e allo stesso tempo farlo vivere. Per l’eternità. Il valore dell’uomo antico si mostrava in battaglia perché la guerra era l’esperienza a tutto tondo della vita; Dante fa un passo in più e rivela come la guerra e l’esperienza debbano lasciare il posto alla conoscenza. Inesauribile, eterna. Un compito folle perché la vita umana è finita mentre la conoscenza è infinita. Non è possibile sapere se Dante volle coscientemente rivelarci questa acquisizione, sicuramente questo è ciò che oggi possiamo acquisire dentro di noi e possiamo farlo solo perché la poesia ha questa potenzialità, che poco abbiamo sfruttato fino ad ora.

Certo Ulisse volle andare oltre e un maremoto si sollevò per farlo inabissare e Dante sa che senza la religione cristiana la pretesa solo umana rischia di fare la stessa fine, ma Dante è un poeta e non un teologo, per cui ciò che conta, come nel Canto V, non è la soluzione, la risposta inevitabile e obbligata, non è la conclusione, inferno e abissi marini. Ciò che conta è il come e i milioni di lettori di questo Canto, pur sapendo quale sarà la fine di Ulisse, manterranno dentro di sé la terzina

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza"

Sono queste parole, sono questi versi ciò che rimarranno vivi, fertili, indistruttibili nella nostra esperienza finita di esseri umani. Dissolvenza incrociata: allo svanire degli ultimi versi, prenderanno campo i tre appena ricordati. Nessuna ideologia, nessuna religione assoluta potranno mai avere la meglio sulla cultura e sulla poesia.



Passiamo ora al XXXIII Canto, sempre dell’Inferno, quello di Ugolino. Anche qui devo molto alla lettura di Borges, con qualche elemento in più di cui parlerò alla fine. Il Conte Ugolino è accusato di aver tradito la patria ed è messo nel IX Cerchio imprigionato nel ghiaccio; noi lo vediamo alla fine del Canto XXXII posto sopra l’Arcivescovo Ruggieri che lo avrebbe ingannato, mordendogli il cranio. Inizia in questo modo la presentazione di un episodio che introduce il tema del mangiare e in particolar modo del cibarsi della carne umana. Come negli altri Canti Dante crea un contorno, o meglio una ambientazione, che serve a suggerirci e a prepararci a quello che sarà il nodo centrale della vicenda. Tutta la vicenda, dalla fine del XXXII al verso 78 del XXXIII, ruota intorno al tema del cannibalismo. Può essere solo un caso che un personaggio che precede l’entrata in scena di Ugolino si chiami Bocca (degli Abati) e venga citato pochi versi prima della descrizione dei dannati:

“ch’io vidi due ghiacciati in una buca,

sì che l’un capo a l’altro era cappello;

e come ‘l pan per fame si anduca,

così ‘l sovran li denti a l’altro pose

là ‘ve ‘l cervel s’aggiugne con la nuca:”



E prosegue con l’espressione di evidente cannibalismo:

«O tu che mostri per sì bestial segno
odio sovra colui che tu ti mangi”

Finisce il Canto XXXII ma l’episodio continua senza interruzione nel Canto successivo. E continuano i riferimenti linguistici al cannibalismo.

La bocca sollevò dal fiero pasto
quel peccator, forbendola a' capelli
del capo ch'elli avea di retro guasto.

….

Ma se le mie parole esser dien seme
che frutti infamia al traditor ch'i' rodo,


Breve pertugio dentro da la Muda,
la qual per me ha 'l titol de la fame,


Questi pareva a me maestro e donno,
cacciando il lupo e ' lupicini al monte
per che i Pisan veder Lucca non ponno.

Con cagne magre, studïose e conte


In picciol corso mi parieno stanchi
lo padre e ' figli, e con l'agute scane
mi parea lor veder fender li fianchi.

Quando fui desto innanzi la dimane,
pianger senti' fra 'l sonno i miei figliuoli
ch'eran con meco, e dimandar del pane.


Già eran desti, e l'ora s'appressava
che 'l cibo ne solëa essere addotto,
e per suo sogno ciascun dubitava;


Come un poco di raggio si fu messo
nel doloroso carcere, e io scorsi
per quattro visi il mio aspetto stesso,

ambo le man per lo dolor mi morsi;
ed ei, pensando ch'io 'l fessi per voglia
di manicar, di sùbito levorsi

e disser: "Padre, assai ci fia men doglia
se tu mangi di noi: tu ne vestisti
queste misere carni, e tu le spoglia".


Quivi morì; e come tu mi vedi,
vid' io cascar li tre ad uno ad uno
tra 'l quinto dì e 'l sesto; ond' io mi diedi,

già cieco, a brancolar sovra ciascuno,
e due dì li chiamai, poi che fur morti.
Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno».

Quand' ebbe detto ciò, con li occhi torti
riprese 'l teschio misero co' denti,
che furo a l'osso, come d'un can, forti.”

Come si vede, tutto è presentato perché l’idea che Ugolino si sia cibato delle carni dei bambini, dopo aver fatto breccia sui nostri pregiudizi, alla fine si installi e si radichi nella nostra mente. Ho messo in neretto i termini che più risultano appropriati e si vede chiaramente il crescendo che dalle parole e dalle immagini passa al sogno, alla richiesta di pane e alla dichiarazione decisiva da cui non si può tornare indietro. I bambini lo dicono chiaramente, avendo visto Ugolino mordersi le mani e pensando che ciò sia per fame: “Padre, sarebbe per noi meno doloroso se tu mangiassi queste nostre misere carni”.

Appare chiaro che tutto congiura alla convinzione che effettivamente il Conte Ugolino si sia nutrito delle carni dei bambini, altrimenti mal si spiegherebbero, e giustificherebbero, le espressioni che anticipano la conclusione dell’episodio. Eppure Dante suggerisce ma non dice, perché l’ultimo verso che mette la parola fine alla vita di Ugolino è un verso non conclusivo. Vediamo.

Poscia, più che 'l dolor, poté 'l digiuno”.

Questo verso può legittimamente essere tradotto in due modi:

1-Il digiuno poté più del dolore: Ugolino si nutrì del corpo dei piccoli.

2-Distrutto dal dolore Ugolino finì col morire di fame.

In entrambi i casi è la parola “digiuno” che risulta centrale; nel primo perché a causa della fame trovò sollievo nelle carni dei bambini, nel secondo perché la mancanza di cibo ne causò la morte.

Ha ragione Borges quando ricorda che da un punto di vista storico non esiste risposta al nostro dubbio, perché ci mancano informazioni dirette su cosa sia successo. Da un punto di vista storico non esiste alternativa: Ugolino o li mangiò o non li mangiò.

Il problema estetico o letterario è di ben diversa indole…Dante non ha voluto che lo pensassimo, bensì che lo sospettassimo” (Saggi danteschi, Tutte le opere, vol. 2, pag. 1277- Ed. A. Mondadori, I meridiani).

Io sono più drastico sia perché privo della finezza e profondità di spirito dello scrittore argentino sia perché nei decenni successivi alla sua morte sono accadute molte cose, soprattutto in campo epistemologico.

La mancanza di raffinatezza mi porta a dire in modo molto stringato: Ugolino mangiò e non mangio i suoi piccoli. Fu così che cominciai a presentare le mie lezioni di letteratura all’inizio di questo secolo presso la Sezione Internazionale del Liceo Internazionale di Saint Germain-en-Laye (Parigi).

La cosa immagino interessi ben poche persone. Più interessante ritengo invece il secondo elemento, quello cronologico. Non riprodurrò quanto detto più volte e presentato di recente nel mio blog su I flussi della storia, ma è evidente che i saggi pubblicati nel 1982, quattro anni prima della sua morte, non potevano registrare le nuove acquisizioni della scienza della complessità.

Ugolino mangiò e non mangio i suoi piccoli” non è una boutade, non è un paradosso filosofico, non è il titolo di un quadro cubista. Quella frase parte dal presupposto evidenziato da Borges, per cui la letteratura pone problemi di diversa indole rispetto alla storia, ma si colloca in una prospettiva non universalmente condivisa oggi, ma ampiamente riconoscibile nei paradigmi della complessità. La scienza della complessità ha messo in discussione molte certezze che fino a mezzo secolo fa sembravano valori universali e assoluti. Certe conclusioni, soprattutto della fisica quantistica, furono contestate da Einstein che credeva che esistessero variabili nascoste che, una volta scoperte, avrebbero riportato la scienza sulla strada classica, ad esempio per quanto riguarda il principio di località. Non è stata però solo la fisica a collidere con la visione classica, perché una disciplina completamente nuova, le neuroscienze, ha dato il suo contributo.

La realtà non è solo quell’insieme di elementi materiali a cui abbiamo sempre pensato, ma essa mette in campo numerosi stati che consideravamo secondari e subordinati; forma e contenuto si intrecciano e si relazionano a tal punto che non possono essere ritenuti separati e tanto meno ordinati gerarchicamente; il pensiero e gli stati psichici rappresentano una componente fondamentale della realtà, che si presenta sempre più come una complessa rete di relazioni che coinvolgono tutti i campi dell’attività umana. Queste acquisizioni collocano la letteratura su un piano completamente nuovo, portandola fuori dalla tradizione estetica a cui siamo abituati. La letteratura crea realtà, come ho cercato di spiegare altrove (es. La poesia costruisce l’Io, La poesia moderna e la scienza della complessità).

Non è solo il poeta a costruirsi modificandosi grazie alle parole che ha prodotto, verso dopo verso, ma è la prospettiva che muta e Borges ci ha aperto la soglia che tocca a noi varcare.

Ugolino mangiò e non mangio i suoi piccoli: è qui espresso il mondo delle possibilità che non solo è tanto reale quanto quello materiale che possiamo fotografare, ma fa parte di quel presente che ci forma e ci conforma e dà una fisionomia non monolitica alla nostra persona. La persona è proprio l’opposto del monolite ed è qualcosa di più di un insieme di sfaccettature. Fermarsi nella lettura dell’episodio al fatto che Ugolino mangiò o non mangio i suoi piccoli limita la costruzione della nostra persona in un processo riduttivo accelerato. Concepire invece il fatto che Ugolino mangiò e non mangio i suoi piccoli ci permette di arricchire il quadro della persona che stiamo costruendo.

Probabilmente ha ragione Borges quando dice che Dante voleva che sospettassimo il cannibalismo del Conte, e già questa sfumatura ci permette di avere una visione meno rigida della realtà. Non credo che Dante anticipasse quanto scoperto dalla scienza negli ultimi decenni, ma ciò non ci impedisce di leggere la letteratura secondo filtri più attuali. In fondo è come per la polvere da sparo: i Cinesi la inventarono e la usavano per fuochi d’artificio, ma ciò non ci ha impedito di farne un uso completamente diverso e attualissimo (nel bene e nel male).



Salto tutto il Purgatorio e tutto il Paradiso per arrivare all’ultimo Canto dell’opera, un Canto che oggi possiamo leggere con un’attenzione particolare, senza il bisogno di ricorrere a giudizi estetici o a convinzioni ideologiche e religiose. Non occorre ricordare quanto sia complessa la struttura della Divina Commedia e come ogni Canto, ogni episodio, ogni terzina, ogni verso siano in un rapporto reticolare. E’ anche per questo motivo che l’opera risorge regolarmente dalle ceneri sotto le quali viene coperta di tanto in tanto. Colpisce non solo la tessitura delle varie parti, ma anche il percorso conoscitivo che Dante compie dentro gli spazi del suo viaggio e dentro le pagine della sua opera: viaggio e opera che sono sia cose diverse sia la stessa cosa. Oggi grazie agli sviluppi della scienza della complessità abbiamo gli strumenti per leggere in maniera diversa l’opera, realizzando una lettura che è ad ogni passo un quadro aggiuntivo e un quadro più nitido. Il tutto è maggiore delle parti e il continuo ritornare indietro presuppone una metabolizzazione che permette di fare un passo avanti. La conclusione dell’opera non è dunque semplicemente il punto di uscita finale, l’esito narrativo della lunga storia, ma ne rappresenta la sintesi: in essa Dante porta a compimento la sua fatica riuscendo a dare un senso alla sua vita umana e alla sua vita poetica. Non voglio peccare di anacronismo e so bene quanto radicato fosse il poeta nel suo secolo, per cui non intendo attribuirgli né visioni profetiche né metodologie a lui estranee. Intendo per questo fare riferimento a lui come poeta cercando di estrarre da questo suo ruolo quanta più linfa vitale possibile, servendomi degli strumenti che oggi abbiamo e di cui nei secoli scorsi eravamo sprovvisti.

Io credo che tutti i lettori, e in modo particolare gli studiosi, abbiano colto qualcosa di vero sia che il giudizio fosse negativo, entusiasta, altalenante sia che alla fine si rimanesse delusi o pieni di interesse. La verità di quella che è l’interpretazione personale non interessa solo l’ermeneutica, ma anche, e soprattutto, la dimensione epistemologica che in chiave attuale significa anche conoscenza-costruzione, della realtà e soprattutto della propria persona. Che Dio fosse l’approdo del viaggio di Dante era qualcosa di naturale, per il cristiano del 1300 come per il lettore di oggi, ma quell’approdo oggi ci mette davanti, cristiani e non cristiani, di fronte a qualcosa che esula dall’appartenenza religiosa e che riguarda il senso della vita umana. Tutta la Comedia ha a che fare col senso della vita umana perché è, dall’inizio alla fine, centrata sulla morte. Il lettore di qualche decennio fa poteva ironizzare sui peccati presentati, sulle pene escogitate, sui premi esposti, perché aveva una visione semplice, e talvolta semplicistica, dell’esistenza umana. Di fronte al rosario recitato quotidianamente da mia nonna e di fronte ai santini con tanto di fuoco e diavolo cornuto, il lettore colto o traduceva tutto in termini analogici oppure si inventava le categorie del bello e del potente. Se noi, credenti atei o agnostici, riconosciamo al Cristianesimo la pretesa, sincera o assurda, di un Dio che è anche uomo, allora con questa realtà dobbiamo fare i conti. Quando la scienza riconosce il valore reale della metafora, quando la biologia riconosce alla conoscenza una sua funzione costruttiva della realtà, quando le neuroscienze mostrano il carattere reale della religione, allora Dante cessa di essere Dante e diventa ognuno di noi, come pure la Commedia cessa di essere il viaggio del poeta per diventare il nostro viaggio e le parole che la compongono diventano le nostre parole. Il come, sempre. Parole e versi.

La religione è qualcosa di curioso e interessante, fortemente divisivo perché fortemente unitario. La religione cristiana ha introdotto qualcosa di nuovo nel panorama religioso mondiale e riguarda il fatto che Gesù è uomo e Dio allo stesso tempo, facendo del Cristianesimo una religione più complessa. Essere più complessi non significa rinunciare a tutto ciò che l’uomo è sempre stato e gli eventi storici lo dimostrano. Tutti sanno  che Dio è, in antitesi al paganesimo, tutto ciò che l’uomo non è: il suo amore come il suo essere infinito. Basta prendere quelle che sono le caratteristiche umane e Dio le esprime in una forma non quantitativamente infinita, ma qualitativamente agli antipodi. Essendo Dio tutto ciò che l’uomo non è, appare evidente che ci sarà sempre difficile com-prenderlo, prenderlo e accoglierlo dentro di noi: le spiegazioni razionali dell’esistenza di Dio lasciano molti dubbi ed è per questo che hanno ragione quei critici che identificano come caratteristica precipua del Paradiso l’intuizione. Il Dio cristiano si può solo intuire, anche se questo verbo può non trovare tutti d’accordo. E però il Cristianesimo non è una religione mistica e dunque ha una storia, fatta di dibattiti confronti e anche conflitti, che hanno sempre presentato una componente teorica (a volte maggiore a volte minore). Teologia. E dunque hanno ragione anche quei critici che identificano il Paradiso come un’opera teologica, perché non è pensabile questa Cantica senza riferimenti teologici puntuali e profondi.

La complessità di Dante, che raggiunge l’acme nell’ultimo Canto, non rinuncia a queste due componenti, quella intuitiva e quella teologica, ma va oltre. Prendiamo ad esempio quello che è il proposito di Dante nel XXXIII Canto e che non si limita alla visione (reale o intuitiva o sognata) di Dio, ma che cerca di dare voce a due dei misteri fondanti la religione, quello della Trinità e quello dell’Incarnazione. Per sapere cosa essi siano basta un buon catechista, per il resto rimangono misteri e come tali possono e devono essere accettati. La teologia li spiega nei limiti conoscitivi e l’intuizione li sente. Dante cerca di tradurre in parole ciò che sa dalla teologia e ciò che sente grazie all’intuizione. E’, in anticipo di cinque secoli, la lezione della poesia moderna che non a caso avrà come riferimento Ermete Trismegisto. Si può anche ironizzare su questo tentativo:

Nel suo profondo vidi che s'interna
legato con amore in un volume,
ciò che per l'universo si squaderna:                

sustanze e accidenti e lor costume,
quasi conflati insieme,
per tal modo
che ciò ch'i' dico è un semplice lume.                

La forma universal di questo nodo
credo ch'i' vidi, perché più di largo,
dicendo questo, mi sento ch'i' godo.                

….

però che 'l ben, ch'è del volere obietto,
tutto s'accoglie in lei, e fuor di quella
è defettivo ciò ch'è lì perfetto.
               

Ne la profonda e chiara sussistenza
de l'alto lume parvermi tre giri
di tre colori e d'una contenenza;                

e l'un da l'altro come iri da iri
parea reflesso, e 'l terzo parea foco
che quinci e quindi igualmente si spiri.                


Quella circulazion che sì concetta
pareva in te come lume reflesso,
da li occhi miei alquanto circunspetta,                

Qual è 'l geomètra che tutto s'affige
per misurar lo cerchio, e non ritrova,
veder voleva come si convenne
l'imago al cerchio e come vi s'indova;
               

Si può ironizzare sul “geometra, sui tre giri di tre colori, sulle sustanze e gli accidenti, sull’internarsi e lo squadernarsi, sull’immagine che cerca di indovarsi al cerchio” e sostenere che Dante aveva già detto tutto nei versi precedenti quando aveva scritto “tanto ch'i' giunsi l'aspetto mio col valore infinito”.

Certo l’orizzonte è proprio quello, di un essere finito che aspira all’infinito, ma questa tensione non si esaurisce né in un’impossibilità né in una generica dichiarazione d’intenti. Quando parlerò de L’infinito di Leopardi, poesia amatissima e sempre più in voga, ci accorgeremo che anche il poeta di Recanati si troverà di fronte alla stessa difficoltà di Dante e, come questi, si muoverà impacciato. Entrambi hanno però posto le basi di un percorso comune e che andrà rafforzandosi, quello con cui l’essere umano, finito e mortale, esce dal terreno della finitezza e può “illuminarsi d’immenso”. Non occorre approdare al misticismo perché ci si trovi immersi in questo percorso, basta comprenderne la possibilità: non possiamo raggiungere l’infinito, e questo lo dicono sia Dante sia Leopardi, ma aver iniziato il cammino ci permette di allargare i nostri orizzonti. Questo lo vedremo meglio grazie alla poesia moderna. Per ora accontentiamoci del contributo di Dante che, naturalmente, si muove in ambito religioso, usando lo strumento principale che è dato all’uomo per rompere le catene del finito, e cioè le parole e la poesia. Questo viaggio si esaurirà con la morte del poeta, ma ciò che lui avrà trovato verrà ripreso da altri poeti, come ci ricorderanno con estrema chiarezza Rimbaud (Lettera del veggente) e Ungaretti (Porto sepolto). Le parole e la poesia aprono quel cammino: Dante sa che solo la luce di Dio può illuminare quel cammino, ma quel cammino appartiene all’uomo e l’uomo deve fare il possibile per intraprenderlo. Quel cammino non si esaurisce né con l’estasi né con un atto di fede ed è proprio qui la grandezza e la estrema attualità del poeta fiorentino.

Se da un lato l’incontro con Dio è necessario a completare il quadro geografico e allegorico che Dante si è proposto, dall’altro esso va molto oltre, perché, come ha fatto per ogni tappa del suo viaggio, Dante ci invita a non accontentarci della vita materiale e terrena: l’uomo Dante ha visto Dio e ci trasmette il senso di questa visione; ogni uomo può vedere Dio e scoprire e trasmettere grazie a questa visione il senso della propria esistenza.

Se non che la mia mente fu percossa / da un fulgore, che in sua voglia venne”: sta per finire il canto e con esso la Divina Commedia e Dante ci insegna (ma oggi è un ricordare) che ogni pezzo che ci serve per costruirci e crescere ha bisogno di un fulgore, un vibrante raggio di luce che ci dà la scossa e insieme la luce. I biologi oggi lo chiamano breaking e certo Dante non era un biologo.

Il quadro della nostra esistenza non è, come si è creduto per secoli, il disegno ordinato e la disposizione delle tessere come da manuale, ma richiede uno sforzo continuo in cui c’è bisogno di rottura e continuità, di ripulire il terreno e ricomporre l’insieme.



      CONCLUSIONE

Il Canto XXXIII del Paradiso rappresenta la giusta sintesi dell’esperienza poetica e umana di Dante.

Ho imparato a entrare dentro tutti i meandri che richiamano l’essere umano: politica, amore, passione, religione, orgoglio, paura, tradimento e tutto il resto.

Ho imparato anche che non è sufficiente rimanere in quegli ambiti e che occorre avere sempre un riferimento superiore, che può essere anche limitato, ma che in quanto superiore prospetta l’infinito.

Ho imparato che le parole non sono semplice descrizione di cose ed eventi e neppure di sentimenti, che il silenzio è una mancanza e che persino le imprese apparentemente impossibili possono essere tradotte in parole.

Ho imparato che la realtà non si esaurisce in ciò che al momento conosco; essa è sempre molteplice e non sta là, dietro il velo, per essere scoperta, ma che essa è il frutto della nostra attività poietica e che le realtà in cui siamo immersi sono diverse e uguali allo stesso tempo: una specie di insiemi matematici.

Dante è l’alter ego di cui non possiamo fare a meno. Certo, non è l’unico, ma dobbiamo imparare a convivere con tutti questi alter ego di cui siamo parte importante. Credere che Dante sia la sua Storia, la sua Religione, la sua Cultura significa ritirarsi negli eremi del luogo comune. Come Francesca è Dante essa deve essere anche noi: non basta dire che anche noi abbiamo tradito e che il suo sentimento è umano, perché questi sono solo stereotipi moderni, il Massimo Comune Divisore che ci lascia inadatti a proseguire nel nostro cammino e a costruire la nostra persona.

Tutti i personaggi e gli eventi della Divina Commedia riconducono sempre a Dante e, per tramite suo, ci riportano direttamente a noi. Conoscere la storia, la cultura, i sentimenti umani e in particolare quelli religiosi sono solo il contorno, l’ambientazione di un’opera immensa, ma per questa loro funzione sono certo importanti seppur non decisivi: la differenza la fanno le parole, il come e non il cosa, le parole che leggiamo, le parole che usiamo.

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